Riforma fiscale: la ricetta di Tria

di Barbara Weisz

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In vista della manovra 2020 il ministero dellì'Economia Tria ripropone l'idea di bilanciare la riduzione delle imposte dirette con un incremento di quelle indirette: rischio aumento IVA?

Non solo flat tax: nel dibattito sulla riforma fiscale che verrà attuata con la manovra economica 2020 il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, introduce un nuovo elemento. La riduzione delle imposte dirette va controbilanciata con un aumento di quelle indirette.

Importante: non significa che il Governo stia tornando indietro sulla decisione, più volte ribadita, di evitare che scattino le clausole di salvaguardia. Che porterebbero l’IVA al 25% nel 2020, facendo anche salire al 13% l’aliquota ridotta (attualmente pari al 10%). Si tratta, piuttosto, di un indirizzo di politica economica che il ministro sembra voler considerare seriamente.

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«Sono sempre stato convinto di questa idea: credo che l’imposizione fiscale vada riequilibrata riducendo la fiscalità diretta a favore delle imposte indirette, perché in questo modo si facilita la crescita», spiega il titolare dell’Economia, riproponendo di fatto un tradizionale consiglio che l’Europa rivolge all’Italia. Lo sottolinea lo stesso Tria «é anche una vecchia raccomandazione europea», e in ogni caso ci sono «studi fatti in Ue e all’Ocse» che dimostrano come spostare la fiscalità sulle imposte indirette produca più crescita.

«L’imposizione indiretta grava su tutti i beni consumati, mentre quella diretta pesa sui salari, sul salario reale ed entra nei costi di produzione, soltanto all’interno del Paese», spiega ancora Tria.

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E’ anche vero che l’imposizione diretta rispetta meglio il criterio di equità del sistema fiscale, essendo progressiva rispetto al reddito, mentre le imposte indirette, che come sottolinea lo stesso ministro si pagano su tutti i beni che vengono consumati, di fatto non sono proporzionali rispetto alla situazione economica delle famiglie, andando quindi a svantaggio delle fasce economiche più deboli.

Per non parare del fatto che l’imposta indiretta per eccellenza, ovvero l’IVA, in Italia è già a un livello medio alto rispetto al resto d’Europa (l’imposta sul valore aggiunto è superiore al 22% in otto paesi (Svezia, Portogallo, Polonia, Irlanda, Croazia, Ungheria, Danimarca, Finlandia), mentre è più bassa in tutti gli altri paesi.

Qualche esempio: Spagna 21%, Francia 20%, Germania 19%. Anche le aliquote ridotte italiane sono fra le più alte dell’Unione Europea. Quindi, non sembra ci siano margini particolarmente ampi di manovra in questo senso (anche se da anni si parla di una possibile rimodulazione, che agisca quindi sui beni a cui si applicano le aliquote ridotte).

Comunque sia, lo ripetiamo, per il momento Tria non ha fornito dettagli su un’eventuale piano concreto sull’IVA o su altre imposte indirette. Ha semplicemente fornito un’indicazione di massima (che potrebbe non riguardare per niente l’imposta sul valore aggiunto). Confermando che in ogni caso la priorità, per la prossima manovra, resta la stabilizzazione dei conti pubblici. Che l’esecutivo, fino a questo momento, ha sempre coniugato con l’altrettanto importante impegno di potenziare la crescita.

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