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Pensioni anticipate, il calo INPS conferma la stretta di Governo

di Teresa Barone

30 Marzo 2026 07:20

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I nuovi dati INPS sulle pensioni in Italia mostrano sempre meno uscite anticipate e un sorpasso netto dei trattamenti di vecchiaia: pesano l'addio a Quota 103 e Opzione Donna.

Le nuove pensioni INPS sono diminuite dell’1,8% ed il calo si concentra sulle pensioni anticipate, che arretrano confermando l’impatto della stretta sulle formule di uscita flessibile. Dentro questa fotografia, lo spostamento più importante lo registra la composizione dei pensionamenti: si esce sempre meno prima del tempo e sempre più spesso si arriva alla pensione di vecchiaia o si resta agganciati ai canali ordinari.

In calo le pensioni anticipate

Se si guarda ai flussi di pensionamento monitorati dall’INPS, il ridimensionamento delle uscite anticipate emerge con più nettezza del dato complessivo. Nel 2025 le pensioni anticipate scendono a 202.708, in calo rispetto alle 225.046 del 2024. Nello stesso periodo, le pensioni di vecchiaia passano da 276.603 a 267.332. Il confronto è utile perché mostra dove si è aperta davvero la forbice. Le pensioni di vecchiaia arretrano, ma meno. Le anticipate, invece, perdono quasi il 10% su base annua e il loro peso relativo si riduce anche nel rapporto con la vecchiaia: si passa da 81 pensioni anticipate ogni 100 vecchiaie nel 2024 a 76 nel 2025.

È un segnale coerente con un sistema che negli ultimi anni ha ristretto sempre di più la flessibilità in uscita.

Flessibilità in uscita sempre meno accessibile

Lo scorso anno, Quota 103 è rimasta formalmente in piedi ma con condizioni meno favorevoli rispetto alle vecchie quote, fra calcolo contributivo e tetto all’assegno. Opzione Donna ha continuato a muoversi su una platea molto ristretta. Dal 2026, peraltro, il quadro si è fatto ancora più selettivo: la flessibilità in uscita resta confinata a poche misure, mentre per Quota 103 e Opzione Donna vale solo la cristallizzazione dei diritti già maturati.

I numeri delle pensioni INPS

Nel totale liquidazioni 2025, il 54,2% è composto da prestazioni previdenziali. È qui che si vede meglio la redistribuzione interna delle uscite. Le nuove pensioni previdenziali INPS sono 834.658 e si dividono così:

  • le pensioni di vecchiaia in senso ampio sono 520.327, pari al 62,3% del totale previdenziale;
  • dentro questa categoria, le sole anzianità e anticipate sono 218.062, pari al 26,1%;
  • le pensioni di vecchiaia in senso stretto sono 302.265, pari al 36,2%;
  • le pensioni ai superstiti sono 242.828, pari al 29,1%;
  • le pensioni di invalidità previdenziale sono 71.503, pari all’8,6%.

Per la componente assistenziale, invece, il 92,1% delle nuove liquidazioni riguarda prestazioni di invalidità civile e il 7,9% assegni sociali. Il dato complessivo, quindi, non racconta solo un rallentamento quantitativo ma anche un riequilibrio interno fra pensioni contributive, uscite anticipate e prestazioni assistenziali.

Italia spaccata in due, in molti sensi

La fotografia dell’Osservatorio INPS va oltre il numero delle nuove pensioni e aiuta a leggere il contesto in cui le uscite anticipate stanno perdendo peso. Al 1° gennaio 2026, il 46,6% delle pensioni vigenti si concentra nel Nord Italia, il 31,8% nel Sud e nelle Isole, il 19,7% nel Centro, mentre l’1,8% è pagato a residenti all’estero.

Anche la distribuzione per importi resta fortemente sbilanciata. Le pensioni sotto i 750 euro al mese riguardano il 35,5% degli uomini e il 53,7% delle donne, per una platea complessiva di 9,7 milioni di trattamenti. Solo il 42,2% di queste pensioni, però, è collegato a prestazioni con requisiti reddituali bassi, come integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, assegni sociali o invalidità civile. Sul versante opposto, tra le pensioni di vecchiaia maschili il 48,2% si colloca nella fascia tra 1.500 e 3.000 euro mensili, segnalando un divario distributivo ancora marcato rispetto alla componente femminile.

Le strade aperte nel 2026

Per chi oggi ragiona sull’uscita dal lavoro, il tema non è solo il calo delle pensioni anticipate ma anche quali canali restino davvero praticabili nel 2026. Il quadro delle opzioni ordinarie e anticipate si è ristretto e ruota soprattutto attorno a queste formule:

  • la pensione anticipata ordinaria resta accessibile con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne;
  • restano in piedi i canali per precoci, lavori usuranti e APE Sociale, ma con platee limitate e requisiti stringenti;
  • la pensione anticipata contributiva continua a rappresentare uno sbocco possibile a 64 anni, ma solo in presenza delle condizioni richieste dalla disciplina vigente;
  • per Quota 103 e Opzione Donna non si maturano nuovi diritti nel 2026, salvo quelli già cristallizzati entro le scadenze previste.

Meno uscite non vuol dire spesa più leggera

Il rallentamento delle nuove liquidazioni non alleggerisce automaticamente la spesa pensionistica. Gli importi annualizzati delle pensioni liquidate nel 2025 arrivano a 18,6 miliardi di euro e valgono da soli il 5,3% della spesa complessiva in pagamento al 1° gennaio 2026. Il sistema, quindi, eroga meno nuovi trattamenti ma continua a incorporare assegni mediamente robusti, soprattutto nelle categorie con carriere più lunghe e continue.

È qui che il calo delle pensioni anticipate assume un significato più ampio. Non racconta soltanto una minore propensione a uscire prima, ma anche un sistema che premia sempre meno la flessibilità e riporta il baricentro verso la vecchiaia ordinaria o verso canali anticipati molto più selettivi. Per questo i dati INPS del 2025 non sono solo un bilancio annuale: sono una misura del nuovo equilibrio previdenziale costruito dalle regole degli ultimi due anni.