Quasi la metà delle pensioni italiane non raggiunge i 750 euro al mese ed è analogo l’importo medio dei trattamenti spettanti alle pensionate donne. Di ben altro tenore gli assegni ai dipendenti pubblici a riposo, che valgono in media oltre 800 euro in più di quelli del settore privato. Sono i dati salienti del nuovo Osservatorio statistico INPS sulle pensioni vigenti al 1° gennaio 2026, che per la prima volta analizza sinotticamente tutti i trattamenti erogati.
Oltre 21 milioni di pensioni pagate ogni mese in Italia
Il sistema previdenziale in Italia conta oltre 21 milioni di pensioni in pagamento (+0,6% su base annua), per una spesa annua complessiva di 353,5 miliardi di euro — la voce più pesante dell’intera spesa pubblica italiana. Il maggior onere è dato dai 325 miliardi delle gestioni previdenziali (+2,3% sul 2025) e dai 28,5 miliardi di quelle assistenziali (+5,6%).
Tra le pensioni di vecchiaia – al 70,7%, seguite dai trattamenti ai superstiti (24,5%) e dall’invalidità previdenziale (4,9%) – la quota più rilevante riguarda le gestioni dei lavoratori dipendenti, che rappresentano il 53,8% dei trattamenti e il 71,4% degli importi erogati. All’interno di questa voce, il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti pesa per il 36,7% delle prestazioni complessive, la Gestione Dipendenti Pubblici per il 14,9%. Le gestioni dei lavoratori autonomi coprono il 23,9% delle pensioni e il 18% della spesa complessiva, mentre le prestazioni assistenziali rappresentano il 20,8% delle prestazioni e solo l’8,1% della spesa totale.
L’importo medio mensile si attesta intorno a 1.258 euro sebbene la distribuzione sia molto concentrata verso il basso. L’età media dei pensionati è invece pari a 74,3 anni, con 4,4 anni di differenza tra uomini (71,9) e donne (76,3). Sul piano geografico, al 1° gennaio 2026 il 46,6% delle pensioni risulta erogato nel Nord Italia, il 31,8% nel Sud e Isole, il 19,7% nel Centro e l’1,8% a residenti all’estero. In termini di importi, però, la quota del Nord sale al 51,6% mentre quella del Mezzogiorno scende al 27,6%, a rispecchiare carriere mediamente più brevi e retribuzioni inferiori. Le pensioni del Pubblico Impiego superano quelle del privato
La novità di questa edizione dell’Osservatorio è l’inclusione integrata della Gestione Dipendenti Pubblici, che al 1° gennaio 2026 conta 3.171.265 pensioni in pagamento — di cui il 40,1% intestate a uomini — per un importo complessivo di 93,9 miliardi di euro. Circa il 96% di questi trattamenti è concentrato nella Cassa Trattamenti Pensionistici dei Dipendenti dello Stato (CTPS) e nella Cassa Pensioni Dipendenti degli Enti Locali (CPDEL).
Il confronto tra gestioni evidenzia uno scarto netto: l’importo medio mensile delle pensioni dei dipendenti del pubblico impiego è pari a 2.279 euro, contro i 1.484 euro del settore privato. Il divario si allarga ulteriormente per i lavoratori autonomi e parasubordinati, che percepiscono in media 836 euro al mese, penalizzati da aliquote contributive storicamente più basse e da carriere spesso discontinue.
Il quadro si conferma guardando alle nuove pensioni liquidate nel 2025: l’assegno medio dei neo-pensionati del settore privato si attesta a 1.277 euro, quello dei nuovi pensionati del pubblico a 2.173 euro, mentre per autonomi e parasubordinati la media scende a 836 euro.
Quasi la metà dei trattamenti è sotto 750 euro al mese
Il dato più critico dell’Osservatorio riguarda la distribuzione degli importi: il 47,5% dei trattamenti pensionistici vigenti non raggiunge i 750 euro al mese. Tradotto in numeri assoluti, circa 9,7 milioni di pensioni si collocano nella fascia più bassa ma solo il 42,2% di questi trattamenti è associato a prestazioni legate a bassi requisiti reddituali, come l’integrazione al minimo, le maggiorazioni sociali o le pensioni e assegni sociali. La parte restante riflette carriere contributive brevi o a basso reddito.
Il 22,4% degli assegni si colloca nella fascia tra 750 e 1.550 euro. Solo il 6,5% delle pensioni supera i 3.000 euro al mese. Il Rapporto annuale INPS più recente aveva già evidenziato una tendenza alla crescita dell’assegno medio, tendenza confermata anche dal nuovo Osservatorio.
Più della metà delle pensioni femminili è sotto 750 euro
Il divario di genere negli importi pensionistici è uno degli aspetti strutturalmente più critici del sistema previdenziale italiano. Oltre la metà dei trattamenti erogati alle donne (il 53,7%) è sotto i 750 euro al mese, contro il 35,5% degli uomini nella stessa fascia. All’estremo opposto della scala, gli assegni superiori a 3.000 euro riguardano l’11,8% dei pensionati uomini ma appena il 2,4% delle donne.
Il divario si misura anche all’interno delle singole gestioni. Nel pubblico impiego, l’importo medio di vecchiaia maschile è di 2.746 euro al mese contro i 1.967 euro delle colleghe. Nel settore privato il gap è ancora più marcato in termini relativi: 1.875 euro per gli uomini e 1.166 euro per le donne, con quasi la metà dei trattamenti di vecchiaia maschili collocata nella fascia tra 1.500 e 3.000 euro. La causa strutturale è invariata da decenni: carriere più discontinue, maggiore ricorso al part-time, retribuzioni mediamente inferiori e un tasso di occupazione femminile ancora lontano da quello maschile.
Calano le nuove pensioni ma l’assegno medio cresce
Nel corso del 2025 sono state liquidate 1.540.943 nuove pensioni, in calo dell’1,8% rispetto all’1.569.105 del 2024. Si conferma la tendenza degli ultimi anni: meno uscite ma con trattamenti mediamente più alti. L’importo annualizzato complessivo delle nuove prestazioni ammonta a 18,6 miliardi di euro, pari al 5,3% della spesa pensionistica totale in pagamento al 1° gennaio 2026.
Tra le nuove pensioni previdenziali, le pensioni di vecchiaia rappresentano la quota maggioritaria (62,3%), seguite dai trattamenti ai superstiti (29,1%) e dall’invalidità previdenziale (8,6%). Sul fronte assistenziale, il 92,1% delle nuove liquidazioni 2025 è costituito da trattamenti di invalidità civile e il restante 7,9% da assegni sociali.