Tasse imprese: la pressione fiscale costringe ai prestiti

di Noemi Ricci

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Cinque imprese su otto ricorrono ai prestiti bancari per pagare le tasse: la pressione fiscale blocca gli investimenti e anche il gettito tributario.

Cinque PMI su otto ricorrono al credito bancario per far fronte agli adempimenti fiscali, IMU e TASI in testa. Il perdurare della crisi economica e l’elevata pressione fiscale nel nostro Paese sta mettendo a dura prova le aziende italiane: è l’allarme lanciato dal sondaggio del Centro studi di Unimpresa condotto fra le 122 mila imprese associate sulla base dei dati raccolti al 30 giugno 2014.

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Settori più colpiti

A chiedere prestiti per pagare le tasse sono soprattutto gli operatori turistici per pagare le tasse relative ai propri alberghi, le piccole industrie con i loro capannoni e la grande distribuzione per i supermercati. In totale sono stati 76.200 (62,5%) gli imprenditori che nel primo trimestre del 2014 si sono rivolti alle banche per pagare le tasse. Dopo IMU e TASI a pesare più di ogni altra imposizione fiscale c’è l’IRAP visto che, sottolinea Unimpresa, l’imposta regionale sulle attività produttive si paga anche quando i bilanci sono in perdite e quindi in assenza di utili.

Effetti sugli investimenti

Per il presidente Unimpresa, Paolo Longobardi:

«Tutto ciò genera un triplo effetto negativo sui conti e sulle prospettive di crescita delle aziende. Il primo è l’apertura di linee di credito destinate a coprire le imposizioni fiscali invece di nuovi investimenti, il che limita la natura stessa dell’attività di impresa. Il secondo problema sorge, poi, alla chiusura degli esercizi commerciali, quando il valore degli immobili posti a garanzia dei “prestiti fiscali” va decurtato in proporzione al valore dell’ipoteca, con una consequenziale riduzione degli attivi di bilancio. Il terzo “guaio” è relativo a eventuali, altri finanziamenti per i quali l’impresa deve affrontare due ordini di problemi: meno garanzie da presentare in banca e un rating più alto che fa inevitabilmente impennare i tassi di interesse».

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Effetti sul gettito

In più sottolinea Longobardi

«Questa è la prova che un sistema tributario troppo pesante si accanisce sulle imprese fino a portarle allo sfinimento, se non al fallimento. Attivare linee di credito per pagare le tasse è assurdo: vuol dire la fine del sistema economico. Di fatto l’impresa si trova morsa in una tenaglia, con fisco e credito che tagliano le gambe e chiudono le porte del futuro. Alla fine il conto arriva anche per lo Stato: un’impresa che annaspa diventa un contribuente meno “generoso” e pure il gettito tributario ne risente e non poco sia sul fronte dell’imposizione diretta (a esempio l’IRES) sia su quello dell’imposizione indiretta (come l’IVA)».

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Priorità del Governo

Il presidente di Unimpresa conclude quindi che:

«In una situazione così grave, siamo costretti a constatare che è stata data precedenza alla riforma costituzionale, volta a dare riassetto al Senato, e allo stesso tempo che è stata di fatto messa ai box, in particolare, la delega sul lavoro. In questa fase drammatica per l’economia, con le vie d’uscita sempre meno visibili, sarebbe opportuno mettere su una corsia preferenziale le misure necessarie a mettere il Paese in condizione di imboccare la ripresa; mentre i provvedimenti di carattere istituzionale potrebbero restare su un binario più lento. Chiediamo un impegno a Governo e Parlamento».

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