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Emirati fuori OPEC dal 1° maggio: le imprese italiane pagheranno il conto

di Anna Fabi

30 Aprile 2026 11:05

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Brent oltre 110 dollari, Hormuz bloccato, Emirati fuori dall'OPEC+. Gli effetti per le imprese italiane di energia, logistica e bollette.

Il prezzo del petrolio Brent ha superato i 110 dollari al barile nelle ultime settimane di aprile 2026, toccando i livelli più alti da tre anni. Dietro la fiammata c’è il collo di bottiglia geopolitico tristemente noto: lo Stretto di Hormuz è bloccato dal 1° marzo, quando l’Iran ha risposto all’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele chiudendo il corridoio da cui transita il 20% del petrolio mondiale e oltre il 30% del gas naturale liquefatto. L’OPEC+ ha annunciato aumenti di produzione ma i barili promessi non arrivano. E ora si apre anche una crepa nel cartello: gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato che lasceranno l’organizzazione a partire dal 1° maggio 2026.

Lo Stretto di Hormuz taglia il 20% del petrolio mondiale

Cinquantaquattro chilometri di mare tra il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman: è questo il tratto che l’Iran ha dichiarato di chiudere al traffico commerciale il 1° marzo 2026, gelando i mercati energetici globali. Attraverso quello stretto transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di greggio e circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto. Quando il passaggio si blocca, nessun aumento di produzione deciso a tavolino può compensare la perdita.

Secondo la Banca Mondiale, il conflitto ha generato la più grande interruzione di offerta petrolifera mai registrata, con la produzione globale scesa di oltre 11 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. I premi assicurativi “war risk” per le navi in transito nel Golfo sono saliti in alcuni casi di oltre il 300%. Le alternative via oleodotto che Arabia Saudita ed Emirati hanno predisposto per aggirare lo Stretto hanno una capacità di circa 2,6 milioni di barili al giorno: una frazione dei volumi normalmente in transito.

Per l’Italia, che importa il 90% del gas e il 95% del petrolio di cui ha bisogno, i numeri si traducono direttamente in rincari energetici per imprese e famiglie senza alternative immediate.

L’OPEC+ aumenta la produzione ma i barili non arrivano

Il 1° marzo, a poche ore dall’inizio del conflitto, l’OPEC+ ha predisposto un aumento delle quote di produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile e la decisione è stata confermata anche per maggio, ma il problema è strutturale: i Paesi che potrebbero davvero aumentare l’output in tempi rapidi — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq — sono gli stessi i cui terminal di esportazione sono bloccati o danneggiati dal conflitto. La Russia, altro membro chiave del cartello, non può incrementare la produzione per via delle sanzioni occidentali e dei danni alle infrastrutture.

Il risultato è che l’annuncio di aumento produttivo è rimasto in gran parte sulla carta, incapace di incidere sui prezzi. Gli analisti sono espliciti: la mossa OPEC+ ha valore comunicativo, non operativo.

Gli Emirati lasciano il cartello

A rendere il quadro ancora più instabile è la notizia che gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la propria uscita da OPEC e OPEC+ a partire dal 1° maggio 2026. Abu Dhabi, che negli ultimi anni ha investito massicciamente nell’espansione della propria capacità produttiva, avrebbe voluto quote più alte di quelle consentite dal cartello. Il conflitto — che ha paralizzato le sue esportazioni via Hormuz — ha probabilmente accelerato una decisione già maturata da tempo. L’uscita di Abu Dhabi è un segnale di tensione interna al gruppo che si aggiunge alla già difficile coesione tra i membri.

La Banca Mondiale stima che il Brent si attesterà in media intorno a 86 dollari al barile nel corso del 2026, nella migliore delle ipotesi — quella in cui le interruzioni più gravi si attenuino entro maggio e i volumi tornino gradualmente ai livelli prebellici entro fine anno. Al 30 aprile il greggio è ancora stabilmente oltre i 100 dollari, con il WTI a circa 102 dollari e il Brent a 110.

Bollette, benzina e guerra: il conto per le imprese italiane

Per le PMI italiane la crisi energetica del Golfo arriva su un terreno già fragile. Secondo i dati dell’Osservatorio Confcommercio Energia, prima ancora dello shock di marzo la bolletta elettrica media delle imprese del terziario era superiore del 28,8% rispetto al 2019, e quella del gas del 70,4%. Il TTF di Amsterdam, l’indice europeo di riferimento per il gas, ha segnato un’impennata del 25% nel giro di poche ore dall’inizio del conflitto. Il Brent, tornato oltre i 110 dollari, trascina con sé benzina, gasolio e tutto ciò che dipende dal petrolio come materia prima.

L’impatto si distribuisce su più livelli. Il primo è quello diretto dei carburanti: per le aziende con flotte o dipendenti in trasferta, i costi di mobilità sono già aumentati in modo sensibile. Il secondo riguarda la catena di fornitura: materie prime petrolifere, imballaggi, trasporti e logistica trasmettono i rincari lungo tutta la filiera. Il terzo è macroeconomico: secondo il Centro Studi Unimpresa, un aumento di 10 dollari al barile mantenuto per tre mesi aggiunge tra 0,4 e 0,8 punti percentuali all’inflazione annua.

Con il Brent a questi livelli, la pressione inflazionistica rischia di vanificare due anni di disinflazione e di rimettere sotto stress i margini delle piccole imprese. Allianz Trade stima che la crisi nel Golfo aggiunge 7.000 insolvenze aziendali nel solo 2026, con Manifattura e Costruzioni in prima linea.

Il FMI ha già tagliato le previsioni di crescita globale per il 2026 al 3,1% e quelle per l’area euro all’1,1%. Le banche centrali, BCE in testa, devono ora bilanciare il rischio inflazionistico con quello di recessione. Per chi gestisce un’impresa, la finestra per spostare forniture su contratti a prezzo fisso o aggregare acquisti con consorzi energetici si sta restringendo.