Nelle famiglie italiane che si aspettano un’eredità lavorano meno persone, si consuma il 7% in più e si mette da parte il 17% in meno. Lo scrive la Banca d’Italia in uno studio pubblicato il 21 luglio 2026 nella collana Questioni di Economia e Finanza, incrociando le risposte sulle successioni attese con le loro spese, i loro debiti e la composizione del patrimonio. Riguarda una minoranza, il 14,4% delle famiglie, concentrata in larga parte nella metà più ricca del Paese.
In sintesi:
- lo studio è nel numero 1032 della collana, firmato da David Loschiavo, Mirko Moscatelli, Eleonora Porreca e Francesca Zanichelli;
- i dati provengono dall’edizione 2014 dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, in cui la domanda sulle eredità attese è stata rivolta all’intero campione di 8.156 nuclei;
- gli autori qualificano comunque i risultati come correlazioni statistiche e non come rapporti di causa ed effetto.
- Il 14,4% delle famiglie italiane attende un lascito
- Consumi più alti del 7% e risparmio più basso del 17%
- L’effetto sul lavoro riguarda il numero di occupati
- Più ricorso al credito al consumo a parità di importi
- Meno mattone e più attività finanziarie
- Correlazioni e non nessi causali, l’avvertenza degli autori
- Un canale di disuguaglianza che agisce prima della successione
Il 14,4% delle famiglie italiane attende un lascito
Nel 2014 dichiarava di attendere un’eredità o una donazione futura il 14,4% delle famiglie, mentre più di una su tre aveva già ricevuto almeno un trasferimento in passato e il 5,6% si trovava in entrambe le condizioni. Il 57,1% dei nuclei non aveva ricevuto nulla e non si aspettava nulla.
Questa distribuzione è tutt’altro che uniforme. Nel quintile più basso della ricchezza netta l’86,2% delle famiglie non ha ricevuto e non attende trasferimenti, una quota che scende al 34,7% nel quintile più alto. Sul fronte del reddito il gradiente è meno ripido ma va nella stessa direzione, con il 72,9% del primo quintile privo di trasferimenti passati e attesi contro il 41% dell’ultimo.
Pesa anche il capitale culturale della famiglia d’origine. Avere un maggiore percettore di reddito con la laurea alza di 7,2 punti percentuali la probabilità di attendere un’eredità, un effetto pari a circa metà della probabilità media rilevata sul campione. La probabilità cresce con il numero di genitori ancora in vita e segue un profilo a U rovesciata rispetto all’età, perché nelle fasce centrali della vita è più probabile avere genitori viventi e quindi un trasferimento davanti.
Consumi più alti del 7% e risparmio più basso del 17%
L’attesa di un’eredità si accompagna a consumi complessivi superiori di circa il 7% e a un tasso di risparmio inferiore di circa il 17%. Il differenziale sui consumi non durevoli è di circa il 6%, mentre sui beni durevoli cresce la probabilità di sostenere la spesa senza che cambi l’importo speso da chi la sostiene.
La lettura che ne danno gli autori è quella del ciclo di vita: chi si attende un incremento della ricchezza futura ha meno bisogno di accumulare oggi, e diversi moventi classici del risparmio si indeboliscono, dall’accantonamento per la vecchiaia alla costituzione della somma per l’acquisto della prima casa.
L’effetto si rafforza con l’età del maggiore percettore di reddito, perché si accorcia l’orizzonte che separa la famiglia dal trasferimento. La condizione di liquidità incide poco: fra le famiglie con scarse attività liquide rispetto ai consumi il segno dell’interazione è negativo, coerente con un’attenuazione dell’effetto in presenza di vincoli, senza però raggiungere la rilevanza statistica.
L’effetto sul lavoro riguarda il numero di occupati
La minore disponibilità a lavorare si manifesta sul margine estensivo, cioè sulla quota di componenti occupati rispetto ai componenti in età da lavoro, e non sulle ore lavorate da chi già lavora.
La distinzione è quella che nei rilanci giornalistici si perde. Il coefficiente sul rapporto fra occupati e componenti in età da lavoro è negativo e statisticamente rilevante all’1%, mentre quello sulle ore lavorate per occupato è positivo, piccolo e privo di rilevanza statistica. In una famiglia che attende un lascito, in altri termini, è più probabile che un componente non entri o esca dal mercato del lavoro, mentre chi lavora non riduce l’orario.
Anche qui l’età amplifica il fenomeno, con un’interazione negativa e statisticamente rilevante. Nelle famiglie con almeno un componente fra i 16 e i 30 anni cresce invece la quota di giovani iscritti a percorsi di studio o formazione, un risultato che gli autori collegano al minore bisogno di accantonare risorse per spese future come l’acquisto della casa.
Più ricorso al credito al consumo a parità di importi
Chi attende un’eredità ha una probabilità più alta di essere indebitato per finalità di consumo, mentre l’ammontare del debito fra le famiglie indebitate non mostra differenze rilevanti.
Sul debito per l’acquisto della casa non emerge alcun effetto medio. La combinazione fra i due risultati descrive un comportamento di anticipazione: le risorse future vengono in parte portate al presente attraverso il credito al consumo, per mantenere un profilo di spesa più regolare nel tempo.
Il canale si intensifica proprio dove ci si aspetterebbe il contrario. Fra le famiglie con poca liquidità rispetto ai consumi, l’attesa di un lascito rafforza in misura statisticamente rilevante la probabilità di ricorrere al credito al consumo e riduce quella di accendere un mutuo. L’aspettativa, osservano gli autori, allenta i vincoli di bilancio prima ancora che le risorse esistano.
Meno mattone e più attività finanziarie
Le famiglie che attendono un’eredità hanno una probabilità più bassa di possedere immobili e detengono circa il 20% in più di attività finanziarie rispetto alle altre, a parità di quintile di ricchezza netta.
La spiegazione sta nella natura dei trasferimenti in Italia: fra chi ha già ereditato, l’immobile è il bene ricevuto più frequente. Chi prevede di ricevere una casa evita di comprarne una e sposta la propria accumulazione verso il portafoglio finanziario, con una preferenza rilevabile anche per le attività diverse da depositi e titoli di Stato, cioè per strumenti di medio e lungo termine con profilo di rischio e rendimento più alto.
Il dato non nasce da una diversa dotazione patrimoniale complessiva. Le stime riportate in appendice mostrano che, a parità di caratteristiche osservabili, fra chi attende un lascito e chi non lo attende non ci sono differenze rilevanti né nella ricchezza lorda né in quella netta: cambia la composizione del patrimonio, non la sua dimensione.
I principali risultati e il loro grado di rilevanza statistica:
| Variabile osservata | Risultato per chi attende un’eredità |
|---|---|
| Consumi totali | circa 7% in più, rilevante all’1% |
| Consumi non durevoli | circa 6% in più, rilevante all’1% |
| Risparmio | circa 17% in meno, rilevante all’1% |
| Quota di occupati in famiglia | in calo, rilevante all’1% |
| Ore lavorate per occupato | nessuna differenza rilevante |
| Probabilità di credito al consumo | in aumento, rilevante al 5% |
| Importo del debito per consumo | nessuna differenza rilevante |
| Attività finanziarie detenute | circa 20% in più, rilevante al 5% |
Correlazioni e non nessi causali, l’avvertenza degli autori
Gli autori scrivono che i risultati documentano correlazioni statistiche e non vanno interpretati in senso causale, perché nemmeno l’ampia batteria di controlli inserita nelle regressioni consente di escludere del tutto fattori non osservati che influenzano insieme le aspettative di eredità e le scelte economiche.
L’avvertenza non è di stile. Chi si attende un lascito proviene in media da una famiglia d’origine più patrimonializzata e più istruita, e quelle stesse origini possono spiegare autonomamente una maggiore propensione a consumare, a investire in strumenti rischiosi e a far studiare i figli. Il differenziale del 7% sui consumi va letto come una distanza fra due gruppi a parità di caratteristiche osservabili, non come la misura di quanto un’aspettativa faccia crescere la spesa.
Due limiti ulteriori vanno tenuti presenti. Il primo è che il questionario rilevava soltanto l’esistenza dell’attesa, senza raccogliere informazioni sull’importo o sull’orizzonte temporale: chi prevede una piccola somma fra vent’anni e chi prevede un patrimonio fra due anni finiscono nella stessa categoria. Il secondo è la distanza temporale, perché i dati risalgono all’edizione 2014 dell’indagine, l’unica recente a contenere quelle domande, raccolta in una fase di uscita dalla doppia recessione e prima dell’inflazione del biennio 2022-2023. Gli stessi autori indicano come sviluppo l’estensione dell’analisi alle rilevazioni precedenti e a quelle future.
Un canale di disuguaglianza che agisce prima della successione
Poiché le aspettative di eredità sono concentrate fra le famiglie più abbienti, gli effetti descritti dallo studio tendono a rafforzare le disuguaglianze esistenti nei consumi e negli investimenti, e la conclusione degli autori è che le politiche redistributive dovrebbero considerare anche gli effetti anticipatori dei trasferimenti, oltre alle successioni effettivamente avvenute.
Il contesto italiano rende la questione rilevante. La ricchezza delle famiglie italiane è fortemente concentrata, le coorti nate nel dopoguerra hanno accumulato patrimoni superiori a quelli delle generazioni successive grazie a condizioni macroeconomiche storicamente favorevoli, e la maggiore longevità unita alla minore natalità concentra i futuri lasciti su un numero ridotto di eredi.
Il risultato è che il vantaggio patrimoniale si trasmette due volte. Una prima volta come anticipazione, quando l’attesa di un trasferimento consente già oggi di consumare di più, investire in strumenti più redditizi, far studiare più a lungo i figli e rinunciare a un mutuo. Una seconda volta quando il trasferimento si realizza. Chi non ha nulla da attendere, e nel quintile di ricchezza più basso sono quasi nove famiglie su dieci, non dispone di nessuno dei due canali.