L’export italiano ha toccato 643 miliardi di euro nel 2025, in crescita del 3,3% in valore e dello 0,7% in volume, con un surplus commerciale di 50,7 miliardi che sale a 97,7 miliardi al netto del deficit energetico. Il nuovo brief della Direzione Strategie Settoriali e Impatto di CDP legge questa tenuta nel nuovo scenario geoeconomico, tra dazi statunitensi, tensioni sulle rotte del Golfo e concorrenza cinese, e indica i mercati extra-UE dove il Made in Italy può ancora guadagnare quote.
In sintesi:
- l’export italiano di beni raggiunge 643 miliardi di euro nel 2025, con una crescita del 3,3% in valore secondo le statistiche ISTAT sul commercio estero del 17 febbraio 2026;
- il surplus commerciale si attesta a 50,7 miliardi e l’avanzo nell’interscambio non energetico sale a 97,7 miliardi;
- la farmaceutica fornisce 2,5 dei 3,3 punti di crescita, seguita da metalli e prodotti in metallo e dall’agroalimentare;
- le linee strategiche MIMIT-MAECI del 1° luglio 2026 collocano nei mercati extra-UE le performance più alte, con gli Emirati Arabi Uniti a +57,4% e l’area ASEAN a +23,5%;
- la crisi dello Stretto di Hormuz ha esposto le rotte del Golfo, con l’export italiano verso l’area stimato a rischio per 27,8 miliardi da Confartigianato nei mesi di guerra.
Export italiano +3,3% e surplus commerciale in rafforzamento
L’export italiano ha registrato nel 2025 una crescita del 3,3% in valore, superiore a quella dei principali partner dell’area euro, con un surplus commerciale salito a 50,7 miliardi di euro dai 48,3 del 2024. Il dato arriva dalle statistiche ISTAT sul commercio con l’estero e trova conferma nel brief della Direzione Strategie Settoriali e Impatto di CDP. La riduzione del deficit energetico, sceso a 46,9 miliardi dai 54,3 dell’anno prima, spinge l’avanzo nell’interscambio non energetico a 97,7 miliardi.
La spinta arriva da un numero ristretto di comparti. Gli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici crescono del 28,5% e forniscono 2,5 dei 3,3 punti di incremento complessivo; seguono i metalli di base e i prodotti in metallo (+9,8%), i mezzi di trasporto esclusi gli autoveicoli (+11,6%) e i prodotti alimentari, bevande e tabacco (+4,3%).
I mercati extra-UE dove diversificare l’export
I mercati extra-UE offrono all’export italiano le opportunità di crescita più alte, con gli Emirati Arabi Uniti a +57,4% e l’area ASEAN a +23,5% nel 2025 secondo le linee strategiche MIMIT-MAECI adottate il 1° luglio 2026. Il nuovo orientamento dell’Unione Europea, che favorisce l’autonomia strategica nelle filiere della transizione energetica, della difesa e della salute, apre alle imprese sinergie tra export di beni e servizi e sbocchi oltre il mercato europeo.
| Mercato extra-UE | Crescita export 2025 |
|---|---|
| Emirati Arabi Uniti | +57,4% |
| Area ASEAN | +23,5% |
| India | +18,5% |
| Mercosur | +10,2% |
| Messico | +7,6% |
| Stati Uniti | +7,2% |
Gli Stati Uniti restano il primo mercato extraeuropeo con una quota del 10,4% dell’export nazionale, e la crescita del 7,2% nel 2025 ha assorbito meglio del previsto l’aumento dei dazi. La corsa degli Emirati e dell’area ASEAN convive però con la fragilità delle rotte che servono il Golfo: l’area a più forte crescita nel 2025 è la stessa esposta al blocco di Hormuz, e questo rende la diversificazione una scelta di riduzione del rischio prima ancora che di espansione commerciale.
I punti di forza strutturali del Made in Italy
La tenuta dell’export riflette forze strutturali del sistema produttivo, dalla diversificazione geografica e merceologica al posizionamento su qualità e nicchie ad alto valore aggiunto, fino a una base ampia di imprese esportatrici con un ruolo competitivo delle PMI accanto ai grandi operatori. La diversificazione dei mercati di sbocco spiega buona parte della capacità italiana di compensare i rallentamenti europei con le vendite verso le aree più dinamiche.
La crescita del 2025 è trainata dai valori medi unitari più che dai volumi, segnale di uno spostamento verso segmenti a maggiore contenuto tecnologico dove la competitività del prodotto italiano regge l’urto dei prezzi.
I rischi tra dazi, crisi di Hormuz e concorrenza cinese
I rischi principali per l’export italiano nel 2026 sono il protezionismo statunitense, la crisi dello Stretto di Hormuz con i suoi effetti su energia e noli, e la concorrenza cinese nei segmenti a tecnologia medio-alta. Il blocco dello Stretto dal 1° marzo 2026 ha spinto il Brent oltre 126 dollari al barile a fine aprile, con un rientro verso 75 dollari a fine giugno, e ha portato i noli dei container sulla rotta Cina-Europa oltre il raddoppio. La crisi dello Stretto di Hormuz ha imboccato una riapertura graduale dopo l’accordo USA-Iran, con i primi transiti in sicurezza dal 21 giugno e una normalizzazione piena attesa non prima di settembre.
Per le imprese italiane l’esposizione si concentra su energia, logistica e domanda estera. Confartigianato ha stimato in 27,8 miliardi l’export verso l’area del Golfo messo a rischio nei mesi di guerra, mentre il rincaro dei noli e delle coperture assicurative ha colpito soprattutto le filiere a maggiore intensità tecnologica, dove i tempi di consegna e la sicurezza degli approvvigionamenti orientano gli ordini.