L’economia italiana è riuscita a essere resiliente negli ultimi anni ma registrando una crescita lenta e senza risolvere le debolezze strutturali che frenano le prospettive future. Per questo, nel suo Economic Survey 2026 l’OCSE conferma le stime preliminari per l’Italia e prevede per il nostro Paese una crescita più modesta rispetto a quella già asfittica prevista dal Governo nel nuovo Documento di Finanza Pubblica: PIL allo 0,4% nel 2026, che sale allo 0,6% nel 2027.
Cosa fare per affrontare la sfida della crescita strutturale? Oltre a proseguire sulla strada delle riforme del PNRR (che nel 2025 ha portato gli investimenti pubblici al 3,8% del PIL, il livello più alto degli ultimi trentacinque anni), la richiesta è quella di superare una serie di sfide di lungo periodo: riforma delle pensioni, spending review, produttività del lavoro, formazione dei giovani, efficienza energetica.
Energia, tallone d’Achille della competitività
Quest’ultima emergenza è particolarmente attuale, complici i rincari energetici determinati dal conflitto in Medio Oriente. In Italia la situazione è aggravata dal fatto che la bolletta energetica è strutturalmente più alta rispetto a quella di altri Paesi. Le imprese pagano già un prezzo dell’energia che le penalizza sui mercati internazionali, condizionato da una dipendenza ancora elevata dai combustibili fossili importati. La soluzione indicata dall’OCSE: investimenti nelle energie rinnovabili e nell’elettrificazione.
Invecchiamento e fuga dei talenti sul mercato del lavoro
Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il problema di fondo risiede in un invecchiamento della forza lavoro non adeguatamente compensato dall’ingresso delle nuove generazioni. Lungi dall’essere attrattivo per i giovani, il Paese registra una quota di giovani NEET — che non studiano e non lavorano — pari al 16% nel 2024, e il tasso di occupazione nella fascia 20-24 anni si colloca al penultimo posto tra i Paesi OCSE, davanti alla sola Grecia.
Una parte consistente di questi giovani cerca opportunità all’estero, erodendo il capitale umano del Paese. L’OCSE indica tre direttrici di intervento: un passaggio più agevole tra scuola e lavoro, maggiori risorse alle università pubbliche — i cui finanziamenti sono tra i più bassi dell’area — e sistemi di formazione continua adeguati alla domanda del mercato.
Un ulteriore problema strutturale riguarda le dimensioni delle imprese: il tessuto produttivo a prevalenza di PMI rischia di ostacolare gli investimenti in ricerca e sviluppo e, di conseguenza, l’innovazione. In questo caso, l’OCSE indica la necessità di snellire normative e fisco, sostenere ricerca e sviluppo, promuovere migliori pratiche gestionali.
Pensioni, spesa pubblica e riforma fiscale
Sul fronte dei conti pubblici, il rapporto OCSE indica la necessità di contenere la spesa pensionistica, proseguire nella spending review e nella riforma delle pensioni rendendo più efficiente il sistema fiscale e aumentando la partecipazione al mercato del lavoro. Con un debito pubblico che supera il 137% del PIL, la strada del risanamento si presenta particolarmente ardua.
L’OCSE chiede di contenere la spesa pensionistica — la cui incidenza sul PIL resta tra le più alte d’Europa — di proseguire nella spending review e nella riforma delle pensioni, rendendo più efficiente il sistema fiscale, riducendo i consistenti deficit nella riscossione delle entrate e aumentando la partecipazione al mercato del lavoro. ù
A pesare sulle prospettive di bilancio ci sono anche i crescenti impegni per la difesa e i costi della transizione climatica. Per riportare il debito su una traiettoria discendente, l’OCSE stima necessario raggiungere un avanzo primario strutturale intorno al 2,5% del PIL nei prossimi anni: un obiettivo che l’OCSE stesso definisce «sfidante».