La guerra in Iran sta già riscrivendo i bilanci delle 300mila piccole imprese ad alta intensità energetica: lavanderie, centri estetici, vetrerie, panifici, concerie. Lo shock non è ancora ai livelli del 2022 ma i margini di queste attività non si sono mai del tutto ripresi da quella crisi, e la nuova fiammata delle quotazioni di petrolio e gas arriva in un momento di fragilità strutturale.
La CNA stima che se i prezzi attuali reggono fino a maggio, il sistema delle imprese accumula 6 miliardi di costi energetici in più rispetto al 2025. Se la crisi nel Golfo si prolunga fino a dicembre, la cifra sale a 30 miliardi.
Costi energetici per le PMI: gli scenari possibili
Il Centro studi della CNA ha elaborato due proiezioni distinte in base alla durata del conflitto in Iran.
- Il primo scenario si ferma a maggio: se le quotazioni di petrolio e gas rimangono sui livelli attuali per due mesi, l’incremento annuo dei costi energetici per il sistema delle imprese si attesta a circa 6 miliardi di euro rispetto al 2025.
- Il secondo scenario allunga l’orizzonte fino a dicembre: una crisi che si protrae per l’intero anno determinerebbe una stangata da 30 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Una cifra che riporta alla memoria il 2022, quando l’elettricità all’ingrosso aveva raggiunto in media 303 euro per MWh e il gas 123,5 euro — livelli che avevano costretto migliaia di imprese a sospendere la produzione o a lavorare in perdita.
Le quotazioni attuali non hanno ancora raggiunto quei picchi, ma il confronto con gli altri paesi europei segnala uno squilibrio già oggi pesante. Il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia si è attestato nelle ultime settimane a 143 euro per MWh, contro i 102 della Germania, i 63 della Francia e i 48 della Spagna. Il caro energia per le imprese italiane pre-esisteva al conflitto in Iran: ogni shock geopolitico amplifica una vulnerabilità di sistema che il mercato interno non è stato in grado di correggere.
L’identikit delle 300mila imprese più esposte
Secondo la CNA, le realtà più a rischio non sono necessariamente quelle che consumano più energia in termini assoluti, ma quelle in cui la bolletta incide maggiormente sui costi totali — tra il 12 e il 40%. Si tratta di attività che non rientrano nella categoria degli energivori industriali, eppure sono le prime a risentire di ogni variazione delle tariffe di luce e gas. Nel complesso, le 300mila imprese coinvolte impiegano oltre 1,5 milioni di dipendenti: non si tratta di un segmento residuale, ma di una quota rilevante del sistema produttivo diffuso, fatto di artigiani, operatori di servizi alla persona e piccole manifatture di territorio.
Settore per settore: la bolletta che pesa di più
I dati elaborati dalla CNA restituiscono un quadro disomogeneo, in cui l’esposizione ai rincari varia sensibilmente in base al tipo di lavorazione o servizio:
| Settore | Incidenza energia sui costi totali |
|---|---|
| Tinto-lavanderie (14mila imprese) | 35% (spesa media da 17mila a 22mila €/anno) |
| Centri estetici | 23–32% (spesa annua tra 32mila e 46mila €) |
| Settore vetro | 15–30% (in base alle lavorazioni) |
| Concia del cuoio (10mila imprese) | 15–20% |
| Autoriparatori | fino al 20% |
| Lapidei – trasformazione (9mila imprese) | oltre il 10% |
| Panifici e articoli da forno (40mila+ imprese) | 14% |
| Trasformazione alimentare | circa 7% |
| Meccanica | 4–5% |
Come nella crisi del 2022, le tinto-lavanderie guidano la classifica dell’esposizione energetica. Per le 14mila imprese del settore, una bolletta media di 17mila euro l’anno rischia di salire a 22mila già nel corso del 2026. Nei centri estetici, l’incidenza oscilla in base alle tecnologie utilizzate — radiofrequenza, diodo laser — e la spesa complessiva per gas ed energia elettrica può superare i 46mila euro annui.
Per le imprese della meccanica e della trasformazione alimentare l’energia pesa di meno ma il rischio si sposta sulle materie prime, che già rappresentano circa il 30% dei costi di produzione e sono anch’esse sotto pressione per via delle tensioni sulle catene di approvvigionamento globale.
Perché l’Italia paga di più rispetto agli altri paesi europei?
“L’Italia si conferma tra i paesi europei più vulnerabili durante gli shock energetici” — con queste parole il presidente della CNA, Dario Costantini, ha fotografato una fragilità strutturale che precede il conflitto in corso. Il differenziale di prezzo con la media europea non dipende solo dal mix energetico nazionale, che sconta una minore quota di nucleare rispetto a Francia e Germania, ma anche dal meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità: il sistema marginale europeo lega ancora le quotazioni dell’energia rinnovabile a quelle del gas.
Finché questo meccanismo non verrà riformato, ogni fiammata del gas trasmette automaticamente rincari a tutta la filiera elettrica, colpendo in modo sproporzionato le piccole imprese che non possono contare su contratti pluriennali o coperture finanziarie di lungo periodo.
Le richieste al governo e le misure disponibili
Il Decreto Bollette approvato a febbraio 2026 — con lo sconto sugli oneri ETS per le imprese e il bonus ISEE fino a 25mila euro per le famiglie — era stato calibrato su uno scenario energetico più stabile rispetto a quello attuale. Con le quotazioni di marzo, quelle risorse rischiano di risultare del tutto insufficienti. La CNA chiede interventi su più livelli:
- misure di emergenza per contenere nell’immediato l’impatto dei rincari sulle imprese con alta incidenza energetica;
- riforme strutturali per ridurre il prezzo dell’energia all’ingrosso, a partire da una revisione del meccanismo marginale di formazione del prezzo elettrico europeo;
- tutela specifica per le piccole imprese energivore “di fatto” — quelle con bollette che pesano tra il 12 e il 40% dei costi, ma che non rientrano nelle categorie degli energivori ufficialmente riconosciuti;
- rafforzamento degli incentivi per l’autoproduzione da fonti rinnovabili e per l’accesso alle comunità energetiche.