Come gestire i mondiali in azienda

di Barbara Weisz

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Le società si organizzano con diverse soluzioni. Vediamo qualche consiglio dagli esperti. Intanto sui premi ai giocatori Abete risponde a Calderoli

Megaschermo aziendale, sì o no? Gestione flessibile di orari, permessi o ferie per le partite? Il fischio di inizio del mondiale in Sudafrica si avvicina e con l’appuntamento calcistico devono fare i conti anche le aziende.

Il rischio numero uno, è l’ondata di assenteismo (nel 2006, complice il trionfo dell’Italia, si sono toccate punte del 10% di assenze). Alcuni risolvono il problema concendendo ai dipendenti di seguire le partite dal posto di lavoro: realtà come Barilla e Ferrero lo hanno già fatto in occasione del mundial tedesco e il loro esempio quest’anno viene seguito per esempio da Cbs Outdoor e Conbipel.

Il problema non è solo italiano, anzi. L’emittente inglese Bbc ha riferito di un sondaggio effettuato dal gruppo di scomesse Betfair secondo cui il 32% degli intervistati ha tranquillamente dichiarato che intende darsi malato per poter vedere la partita.

In Italia, secondo un sondaggio condotto da Monster.it, il 33% dei dipendeti dichiara che non guarderà le partite perchè l’azienda non lo permette, c’è anche un buon 39% a cui i mondiali non interessano. Ma nel 10% dei casi, i dipendenti non rinunceranno a seguire le cronache mondiali dall’ufficio aggirando i divieti del datore di lavoro, mentre il 18% spiega che la società concede la libertà di seguire gli incontri. 

«La Coppa del Mondo è un evento di portata internazionale e i datori di lavoro non possono ignorarne l’esistenza», spiega Luca Saracino, managing dictor di NorthgateArinso Italia, che rivolgendosi in particolare ai manager delle HR prosegue: «esistono una serie di strumenti per programmare e attuare una politica flessibile, in grado di gestire le assenze dovute alle partite, senza che vi siano grosse ripercussioni sulla produttività». È possibile adottare diverse soluzioni: «per esempio, quando le partite sono in programma durante l’orario di lavoro, i datori potrebbero usare lo strumento della flessibilità in entrata e uscita». Comunque sia, «soprattutto in contesti lavorativi complessi e particolarmente strutturati è importante che la direzione HR comunichi all’intero staff in modo chiaro e trasparente quali sono le politiche di gestione delle assenze, in modo che tutti siano a conoscenza delle procedure».

Se a livello di gestione del personale il mondiale è un problema, sul fronte del business almeno per alcuni può essere un’opportunità. Secondo i dati della Camera di Commercio di Milano, l’interscambio con il Sudafrica grazie al torneo iridato potrebbe rafforzarsi di circa 100 milioni di euro.

Infine, le polemiche, immancabili: il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, ritiene che, in un momento di crisi, la Federcalcio dovrebbe ridurre i premi mondiali ai calciatori della Nazionale. Reazioni un po’ da tutte le parti, fra i calciatori ma anche fra i politici, abbastanza trasversali rispetto agli schieramenti di appartenenza. Oggi il presidente della Federcalcio, Giancarlo Abete, ha risposto che «l’attenzione nei confronti del momento del paese è doverosa», per poi ribadire che le risorse per i giocatori «arriveranno dai risultati sul campo» (premio partita in caso di qualificazione fra le prime tre, quattro anni fa ogni gicatore ricevette 240mila euro per la vittoria finale, n.d.r.), e che anche nel 2006 il saldo di ricavi e costi si è chiuso in attivo. Abete non ha rinunciato a una stoccata: «se il paese avesse avuto la stessa competitività del calcio, forse avremmo avuto qualche problema in meno». E voi cosa ne pensate? E i vostri colleghi? Il dibattito è aperto, aspettando i mondiali.

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