Ocse: sì a tasse sugli immobili, no a tasse sul lavoro

di Liliana Adamo

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Ocse: le tasse sugli immobili o quelle sulle transazioni non colpiscono lo sviluppo mentre quelle su lavoro, consumi e profitto delle imprese, sì.

Nel dibattito sull’equità fiscale (scaturito dalla manovra Monti), sindacati e alcuni esponenti politici reclamano una tassa patrimoniale che contribuisca, insieme ai sacrifici imposti a pensionati, lavoratori dipendenti e imprese, ad abbattere lo stock del debito pubblico.

Un’imposta calcolata non sul reddito ma sul patrimonio del contribuente è già stata applicata nel 1992 dall’allora governo Amato, con un prelievo forzoso del sei per mille su tutti i conti correnti bancari, per evitare il crack finanziario della lira e per agganciare la moneta di allora al sistema monetario europeo.

Patrimoniale (ordinaria) è anche l’Imu, ex Ici e l’imposta di successione, quasi abolita dal primo governo Berlusconi e reintrodotta da quello successivo di Prodi.  La soglia di patrimonio oltre il quale oggi si prevede una corresponsione fiscale è alta: circa un milione di euro mentre la tassazione sulle rendite finanziarie, al 12% circa, tecnicamente non è una patrimoniale ma un’imposta sulla “creazione di ricchezza”. Con dati alla mano, l’ipotesi di una maggiore imposizione patrimoniale non sarebbe un costitutivo fuorviante per lo scenario italiano: secondo Banca d’Italia, il 44% della ricchezza (8,3 migliaia di miliardi) è concentrata fra il 10% più ricco, mentre la metà più povera detiene soltanto il 10% della stessa ricchezza.

C’è di più: una recente ricerca econometrica dell’Ocse dimostra che tassare patrimoni immobiliari e beni mobili produce, ragionevolmente, un effetto meno negativo sulla crescita economica. Nei dettagli, l’Ocse redige una sorta di classifica sulle diverse tipologie d’imposta, in parte dannose allo sviluppo di un paese: al primo posto la tassa sugli immobili emerge come la meno dannosa, poiché si tende a compensare con la deducibilità degli interessi sui mutui e l’esenzione sui guadagni di capitale. Al secondo posto, ci sono le imposte sulle transazioni, comprese quelle finanziarie. Risulterebbero sfavorevoli alla crescita, le tasse sui consumi, sul lavoro e sul profitto delle imprese.

L’ipotesi di un bilanciamento tax – mix indicherebbe una riduzione delle imposte su lavoro e guadagni (per quelle imprese che reinvestono sul territorio), correlativo a un incremento su patrimoni di beni immobili e mobili. Se non altro, una dimostrazione a livello empirico, d’efficienza e crescita, soddisfacendo anche quei parametri d’equità e giustizia sociale.

Un parallelo tra Italia e partner europei dimostrerebbe, invece, che negli ultimi quindici anni si è scelto di ridurre drasticamente il peso delle imposte sui capitali o patrimoniali, convogliandole su redditi, consumi e lavoro, esattamente sul punto dolente per la crescita, secondo l’Ocse e non è un mistero che la debolezza italiana è sul debito, ma soprattutto sulla stagnazione economica.

Per il complesso dei beni, si paga in Europa: Svezia, Norvegia, Germania, in Francia si applica “l’impote de solidarité sur la fortune”, tassa istituita nel 1982 da François Mitterrand per sostenere la redistribuzione dei redditi. Abolita da Jacques Chirac e reintrodotta, con modalità diverse, dai governi socialisti, la patrimoniale francese prevede un’aliquota progressiva tra lo 0,55 e l’1,8%; da 790mila euro fino a 1,3 milioni. La percentuale aumenta per chi ha un patrimonio che supera i sedici milioni.

Lo scorso novembre Nicolas Sarkozy manifestò l’intenzione di sopprimerla, ma il deficit statale lo ha indotto a rinviare, la patrimoniale francese fa incassare all’erario più di quattro miliardi di entrate.