Piano risanamento Ilva: i custodi dicono no

di Teresa Barone

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I custodi bocciano il piano di risanamento per l?Ilva: gli investimenti proposti non sono sufficienti, mentre si attende anche in no della Procura.

Il piano di risanamento per le aree sotto sequestro dell’Ilva consegnato alla Procura di Taranto non sarà attuato: il secco no arriva dal team di custodi giudiziari chiamati a decidere riguardo il progetto e l’istanza allegata presentata dal presidente del CdA Bruno Ferrante: con quest’ultima, infatti, l’azienda siderurgica ha richiesto la possibilità di conservare una capacità produttiva minima al fine di attivare ulteriori investimenti.

Non ci saranno quindi nuovi investimenti da parte dell’Ilva – si parla di 400 milioni di euro – per garantire l’eco-compatibilità degli impianti sotto sequestro, tuttavia allo stato attuale tutto è in mano alla stessa Procura, che si esprimerà sia sul piano sia sull’istanza. La decisione del Gip di chiudere gli impianti, confermata dal Tribunale del Riesame, è tuttavia “senza facoltà d’uso”, pertanto si attende un altro parere negativo .

Il piano di risanamento non rispetterebbe i punti chiave sottolineati dai custodi giudiziari, vale a dire un programma dettagliato di interventi necessari per risanare l’area a caldo degli stabilimenti: gli interventi proposti sono infatti troppo esigui, così come la qualità degli stessi e i fondi messi sul piatto per eseguirli.

Novità importanti arrivano anche sul fronte ambientale, con la pubblicazione di uno studio da parte dell’Associazione italiana di epidemiologia che illustra dati allarmanti in merito al tasso di mortalità a Taranto, incrementato secondo una percentuale che varia dall’8% al 27% a seconda delle zone urbane. Lo stesso Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, tuttavia, raccomanda cautela nella valutazione di queste cifre precisando come non si possa far ricadere sull’Ilva la totale crescita dei casi di tumore nel territorio: “Il numero relativamente elevato di mesoteliomi della pleura, cioè di tumori legati all’amianto, potrebbe essere stato provocato dall’attività del cantiere navale dell’arsenale di Taranto, che ha operato per trent’anni in città: sono malattie che hanno un tempo di latenza di 30-40 anni“.