Manager a caccia d’arte

di Chiara Basciano

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Strumenti finanziari applicati al mondo dell'arte: i collezionisti si lamentano

Il mondo dell’arte ha da sempre una doppia anima. Da un lato c’è la purezza dell’artista e la grandiosità dell’opera in sé, dall’altro ci sono i “soldoni”.

L’arte pura non può esistere senza il mercato, sia che esso sia rappresentato dai committenti sia che si tratti di collezionisti. Ma un’aurea poetica ha da sempre avvolto sia gli uni che gli altri, perché ancora rappresentavano i veri amanti dell’arte.

Eppure da qualche tempo c’è chi lamenta un degrado in questo campo, a causa dell’importanza sempre crescente degli hedge fund manager. Il Wall Street Journal ha messo in evidenza una situazione scoraggiante da quando le aste sono dominate da manager che utilizzano tecniche finanziarie di alto livello per gestire le aste e portarsi via tutto.

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I manager infatti gestiscono portafogli che i collezionisti non riescono minimamente ad equiparare, facendo così schizzare i prezzi troppo in alto. Basti pensare al valore raggiunto, per esempio, da Basquiat: il valore medio di una sua opera si attestava sui 5,5 milioni e adesso raggiunge anche i 43,5 milioni di dollari, come nel caso della sua opera del 1982 “Dustheads”.

Uno dei primi manager ad aver varcato le soglie della case d’asta è stato Steven Cohen, già dieci anni fa, mentre ha fatto da poco il suo ingresso John Paulson di Paulson & Co che nel 2011 ha individuato il potenziale del magazzino della galleria Berry-Hill di New York, indebitata per 26 milioni di dollari, e ha rilevato il debito, opere incluse.

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