PMI: prestiti bancari per pagare IMU e altre tasse

di Barbara Weisz

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Le imprese chiedono prestiti in banca per pagare le tasse invece che per finanziare crescita e innovazione: 4 miliardi di finanziamenti solo per l'IMU, seguita dall'IRAP.

Tre imprese su cinque – il 63% delle micro, piccole e medie aziende italiane (MPMI) – hanno bisogno di un finanziamento per pagare le tasse (IMU e IRAP in testa), a scapito della crescita dimensionale e degli investimenti in ricerca, innovazione, qualità: è il trend fotografato dal Centro Studi Unimpresa.

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I settori in difficoltà sono quelli più esposti sul mercato immobiliare: operatori turistici (alberghi), piccole industrie (capannoni), grande distribuzione (supermercati).

L’IMU è il motivo numero uno di richiesta di prestiti: per pagare l’imposta municipale unica stati contratti nuovi prestiti per quasi 4 miliardi di euro (3,96 mld). Al secondo posto c’è l’IRAP, l’imposta regionale sulle attività produttive, quindi altri balzelli fiscali.

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Il dato negativo è che comunque le imprese chiedono finanziamenti, invece che per investimenti produttivi, stimoli all’innovazione o alla crescita, per onorare le scadenze fiscali, in uno scenario tipico da crisi.

Tutto ciò, spiega Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, «genera un triplo effetto negativo sui conti e sulle prospettive di crescita delle aziende». Il primo è appunto «l’apertura di linee di credito destinate a coprire le imposizioni fiscali invece di nuovi investimenti, il che limita la natura stessa dell’attività di impresa».

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Sorge poi un secondo problema «alla chiusura degli esercizi commerciali, quando il valore degli immobili posti a garanzia dei prestiti fiscali va decurtato in proporzione al valore dell’ipoteca, con una consequenziale riduzione degli attivi di bilancio».

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Infine, il terzo guaio, «relativo a eventuali, altri finanziamenti per i quali l’impresa deve affrontare due ordini di problemi: meno garanzie da presentare in banca e un rating più alto che fa inevitabilmente impennare i tassi di interesse».

Posto che, come sottolinea ancora Longobardi, «attivare linee di credito per pagare le tasse è assurdo: vuol dire la fine del sistema economico», alla fine «il conto arriva anche per lo Stato: un’impresa che annaspa diventa un contribuente meno “generoso” e pure il gettito tributario ne risente e non poco sia sul fronte dell’imposizione diretta (a esempio l’IRES) sia su quello dell’imposizione indiretta (come l’IVA)».

In effetti, ai risultati di questa indagine si potrebbero unire i confronti fra l’imposizione fiscale a cui sono sottoposte le imprese italiane e le concorrenti internazionali: l’Italia è uno dei paesi del mondo con le tasse sulle imprese e sul lavoro più alte.

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Il problema dell’imposizione fiscale sulle imprese è appesantito, in Italia ma non solo, dal fatto che le grandi aziende, in particolare le multinazionali, ricorrono spesso a paradisi fiscali (tendenza che si è irrobustita nell’ultimo decennio) e alla fine pagano molte meno tasse delle PMI, come dimostra un recente studio Ocse.

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Per non parlare del fatto che la Legge di Stabilità 2013 prevede un ulteriore aggravio IMU sulle imprese.

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Unimpresa rivolge uno specifico appello al nuovo governo: se «vorrà salvare i saldi di finanza pubblica e dare speranze di ripresa alle nostre imprese dovrà cominciare proprio dalla doppia questione tributaria e creditizia.

Purtroppo le forze politiche in campo non hanno presentato programmi con misure concrete per le micro, piccole e medie imprese, asse portante della nostra economia. Ecco perché serviranno idee nuove e soprattutto un’azione volta ad abbattere la pressione fiscale e a rimettere in moto il motore del credito bancario».

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