Riforma IRPEF: più equilibrio nel peso fiscale

di Barbara Weisz

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Metà dei contribuenti non ha reddito e il peso del Fisco grava sui redditi sopra i 35mila euro: sostenibilità del welfare a rischio.

In attesa dell’annunciata riforma delle aliquote IRPEF, può essere interessante guardare allo scenario impositivo attuale, secondo il quale il 12% dei contribuenti italiani versa quasi il 58% dell’imposta nazionale, in particolare dai 35mila euro di reddito lordo annuo in su.

Sono evidenze emerse dalla sesta edizione dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate – “Dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF 2017 per importi, tipologia di contribuenti e territori e analisi delle imposte dirette”, curato da Itinerari Previdenziali e Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità.

  • Totale redditi (da modelli 770, Unico e 730): 838,226 miliardi di euro, quasi 5 in meno (-0,56%) rispetto agli 842,977 miliardi dell’anno prima.
  • Gettito IRPEF (al netto del bonus da 80 euro): 164,701 miliardi di euro, in lieve crescita rispetto ai 163,378 dell’anni precedente.

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Imposta per fasce di reddito

  • Fino a 7.500 euro lordi annui: il 22,42% del totale dei contribuenti (esentasse), pagano una IRPEF media di 36 euro all’anno.
  • Tra 7.500 e 15mila euro: il 20,3% del totale, IRPEF media 472 euro.
  • Tra 15mila e 20mila euro: imposta media annua di 1.979 euro.
  • Tra 20mila e 35mila euro: imposta media di 4.570 euro, versano complessivamente il 32,53% delle imposte.
  • Tra 35mila e 55mila euro: imposta media annua di 10.556 euro.
  • Tra 55mila e 100mila euro: il 3,25%, pagano il 16% dell’IRPEF.
  • Sopra 100mila euro lordi (52mila euro netti): sono l’1,13%, circa 500mila contribuenti, che pagano il 19,35% di tutta l’IRPEF. Sono così distribuiti: tra 100 e 200mila euro: lo 0,91%, pagano il 10,4 di imposta; tra 200 e 300mila euro: lo 0,13%, versano il 2,99%; sopra i 300mila euro: sono lo 0,093% e pagano il 5,93%.

La ripartizione delle tasse vede il 12,28% dei contribuenti pagare il 57,88% di tutta l’IRPEF, con poco più di 5 milioni di soggetti che dichiarano redditi superiori ai 35mila euro, contro il 2,62% versato dal 45,19%.

Progressività

Coloro che dichiarano più di 35mila euro, sottolinea Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali e curatore dalla ricerca insieme a Paolo Novati, «pagano l’IRPEF per un valore che va da 10mila a oltre 28mila euro. Al di sotto, c’è invece chi già beneficia della solidarietà delle altre fasce di contribuenti, che di fatto ne sostengono la spesa per protezione sociale».

Il 49,29% degli Italiani non ha reddito e risulta a carico nella media nazionale.  «Mentre aumentano i contribuenti che presentano la dichiarazione – commenta Brambilla – diminuiscono sia i versanti sia i redditi dichiarati; se si considera però che, nel frattempo, PIL e occupazione sono cresciuti, così come l’ammontare totale dell’IRPEF versata a quasi sostanziale parità di addizionali regionali e comunali, se ne può dedurre che quelli che pagano sono sempre meno, ma di fatto pagano sempre di più».

Quindi, una riforma fiscale, per essere efficace dovrebbe partire da questi dati, con l’obiettivo di «proporre soluzioni calate sulla realtà del Paese, superando la semplicistica dicotomia “ricchi” e “poveri”».

«La progressività del nostro sistema fiscale è molto accentuata – sottolinea Mario Mantovani, Presidente CIDA  – e crea un’evidente sperequazione fra i troppo pochi che versano al Fisco e i tanti che non lo fanno affatto o solo per cifre irrisorie. Su queste basi il nostro sistema di welfare rischia di diventare insostenibile».

Per dare un’idea della distribuzione del welfare, pensiamo che la spesa media pro capite dello Stato per la sola Sanità è pari a 1.878,16 euro. Significa che un contribuente fino a 20mila euro, con le sue tasse, riesce appena a coprire la spesa sanitaria che lo Stato gli dedica mediamente.

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L’analisi si conclude così: «le spese sociali, in particolare quella sanitaria, vanno a finire sulle spalle di chi le tasse le ha sempre pagate, con un aggravio crescente in termini di riduzione del reddito disponibile, di potere d’acquisto, di depressione dei consumi e di dinamismo imprenditoriale».