Sanno che la pensione pubblica non basterà. Eppure si muovono sempre meno. Solo il 19% degli italiani ha adottato soluzioni concrete di previdenza integrativa, in calo dal 21% dell’anno precedente: un passo indietro che stride con il contesto normativo più favorevole degli ultimi anni. È quanto emerge dall’indagine “Gli italiani e la previdenza integrativa“, promossa da Eumetra-Research Dogma e commissionata da Anima Sgr su un campione di oltre mille adulti bancarizzati.
Il paradosso previdenziale: consapevoli ma fermi
Il 61% degli intervistati dichiara di essere consapevole che il futuro previdenziale sarà difficile, ma non si attiva. Il 31% non ha mai pensato a nessuna forma di previdenza complementare. Sul TFR le scelte si frammentano: il 20% lo lascia in azienda, il 17% lo destina a un fondo pensione, il 13% lo incassa direttamente. Chi sceglie l’azienda lo fa per ragioni di liquidità e sicurezza, ma spesso anche per una falsa convinzione: credere che l’incasso diretto garantisca una tassazione più favorevole. L’indagine la definisce, senza mezzi termini, figlia di cattiva informazione.
Chi aderisce a un fondo pensione lo fa soprattutto per i vantaggi fiscali della deducibilità — oggi salita a 5.300 euro con la Legge di Bilancio 2026 — o per contenere i costi rispetto ad altri strumenti di risparmio.
Il secondo pilastro che gli italiani ignorano
Eppure gli strumenti ci sono, e dal 2026 sono più convenienti che mai. La Legge di Bilancio ha alzato il tetto della deducibilità fiscale a 5.300 euro annui e introdotto la portabilità del contributo datoriale: chi è iscritto a un fondo negoziale poco performante può ora spostarsi su un fondo aperto senza perdere il contributo dell’azienda, un vincolo che fino a ieri scoraggiava qualsiasi movimento.
A questo si aggiunge la rendita a durata definita, terza opzione di uscita che consente prelievi frazionati per almeno cinque anni. Proprio la flessibilità che l’83% degli italiani indica come condizione per attivarsi. Il mercato si è mosso nella direzione giusta. Gli italiani, per ora, no.
La previdenza complementare oggi diventa per le nuove generazioni una necessità – ha commentato Saverio Perissinotto, AD e direttore generale di Anima -. I nostri figli, i nostri nipoti hanno poche certezze da questo punto di vista, se non di dover lavorare più a lungo e di avere un tasso di sostituzione pensionistico inferiore a quello delle generazioni precedenti.