L’aumento dei prezzi energetici e di alcune materie prime, assieme al caro carburanti, rappresenta l’effetto economico più immediato della crisi del Golfo. Alcuni settori produttivi che soffrono più degli altri, come il lusso e i macchinari industriali, perché maggiormente esposti alle esportazioni verso i Paesi del Medio Oriente.
Ci sono però anche dei dati in controtendenza. Secondo la Global Survey Allianz Trade 2026, per esempio, malgrado la crisi geopolitica internazionale, il 75% degli esportatori continua ad aspettarsi una crescita positiva nel 2026. Un altro segnale incoraggiante arriva dal Salone del Mobile di Milano 2026, vetrina internazionale del design, che registra prenotazioni in linea con il 2025 e poche disdette fra gli espositori.
Caro energia, Italia più esposta in Europa
Il Fondo monetario internazionale segnala che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. Fra le prime emergenze c’è anche il carburante per aerei, con una quota rilevante delle forniture europee che passa dal Golfo Persico.
E se tutte le imprese soffrono per il caro carburanti, che si trasmette lungo la catena di fornitura aumentando il prezzo della generalità delle merci, per il settore dell’autotrasporto il conto è particolarmente salato. La proroga al 1° maggio del taglio delle accise sui carburanti si limita per ora a contenere solo una parte dei costi extra, mentre la pressione delle bollette energetiche sulle piccole imprese riporta sotto tensione filiere già fragili.
Le associazioni datoriali segnalano poi il paradosso per cui le imprese più virtuose nel rinnovo delle flotte sono fra le più penalizzate, perché il meccanismo sulle accise continua a pesare in modo sensibile proprio sul gasolio commerciale.
Le richieste delle imprese al Governo Meloni
Le associazioni imprenditoriali, Confindustria in testa, continuano a chiedere soluzioni anche a livello europeo, per contrastare lo svantaggio competitivo che i nuovi costi rappresentano di fronte alla concorrenza cinese e statunitense.
Stop agli ETS, il meccanismo di scambio delle quote sulle emissioni, e debito comune europeo sono le richieste del mondo produttivo al Governo, ribadite dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.
Anche Confartigianato, CNA e Casartigiani in audizione al Senato avanzano proposte: rifinanziare il credito d’imposta sul carburante, estendere il taglio delle accise sui carburanti ai biocombustibili HVO, chiarire l’adeguamento automatico dei costi del carburante nei contratti di trasporto, prevedere misure per settori specifici come taxi e NCC.
Dentro questo quadro entra ormai anche il nodo del DFP (il Documento di Finanza Pubblica che ha preso il posto del DEF) e della prossima Manovra. Se la crisi dovesse protrarsi, le imprese chiedono che il Governo trovi spazio per misure meno brevi, sapendo però che i margini di bilancio restano stretti e che molto dipenderà anche dal confronto con Bruxelles, visto il deficit ancora oltre il 3%.
Export verso il Golfo, i settori italiani a rischio
Secondo i dati dell’Ufficio Studi di Confartigianato, l’Italia è il secondo esportatore UE in Medio Oriente, un mercato che vale quasi 28 miliardi di euro di export manifatturiero. Meccanica, moda e gioielleria sono i settori più esposti verso queste aree, dove pesano già rotte deviate e noli più elevati per l’export italiano.
La carenza di materie prime dal Medio Oriente, come i fertilizzanti per l’agricoltura, è inoltre una variabile sempre più sensibile. A rischio ci sono anche diverse forniture rilevanti per l’industria, in una fase in cui rincari energetici, ritardi logistici e instabilità geopolitica tornano a comprimere i margini delle imprese esportatrici.
Il sentiment delle imprese a livello globale
Secondo la Global Survey di Allianz Trade il conflitto ha modificato la mappa dei rischi ma il 75% degli esportatori nel mondo continua ad aspettarsi una crescita positiva delle esportazioni nel 2026. Almeno secondo il campione analizzato, composto da 6mila aziende, non solo italiane, attive in 13 mercati.
Il rischio geopolitico e le criticità legate all’offerta balzano comunque ai primi posti fra i timori dei decisori aziendali, mentre meno di un quarto delle imprese intervistate segnala effetti a catena diretti su energia e trasporti marittimi. Maggiori criticità vengono rilevate in materia di tempi di pagamento, soprattutto in settori come farmaceutico, costruzioni e informatica/telecomunicazioni.