Referendum Giustizia, il No trionfa: riforma bocciata, cosa succede ora

di Anna Fabi

24 Marzo 2026 11:37

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Il No vince il referendum sulla giustizia col 54%: la riforma Nordio è bocciata. Governo indebolito, campo largo in piazza. Gli scenari.

Il No al referendum sulla giustizia ha vinto con il 54% dei voti, un’affluenza record del 58,9% e un margine di quasi due milioni di schede. La riforma costituzionale voluta dal governo Meloni — separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, doppio CSM e Alta Corte Disciplinare — è bocciata. Giorgia Meloni parla di «occasione persa» ma esclude qualsiasi ipotesi di dimissioni. Il centrosinistra esplode di gioia in piazza Barberini, a Roma, e lancia le primarie di coalizione in vista delle politiche del 2027. Il referendum sulla giustizia ha aperto una nuova stagione politica.

Il risultato più netto del previsto

Gli instant poll alla chiusura dei seggi davano il No tra il 49,5% e il 53,5%. Il risultato definitivo si è assestato sul 53,7% — circa 15 milioni di voti contrari alla riforma della giustizia contro 13 milioni di favorevoli — con uno scarto di quasi due milioni di schede che rende il verdetto difficile da rileggere come semplice voto sul merito di una norma tecnica.

Il dato che più ha sorpreso è il 58,9% di partecipazione: la seconda affluenza più alta nella storia dei referendum costituzionali italiani, e la nona su 23 tornate referendarie dal 1946 a oggi. Per confronto: al referendum abrogativo del 2025 su lavoro e cittadinanza aveva votato il 29,8%; alle europee del 2024 il 49,7%. La mobilitazione del fronte del No ha ampiamente superato il bacino elettorale tradizionale dei partiti che lo sostenevano, segnale che il voto ha intercettato qualcosa di più largo delle appartenenze politiche consolidate.

La geografia del voto è altrettanto eloquente. Il No ha prevalso in tutte le regioni italiane tranne tre — Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, tradizionali bastioni del centrodestra — e ha raggiunto il risultato più alto in Campania, con il 67% dei contrari alla riforma. A Roma il No ha toccato il 60,31%, con un’affluenza del 64,25%, superiore alla media nazionale. Il dato generazionale è forse il più dirompente: nella fascia 18-34 anni i voti contro la riforma hanno raggiunto il 61%.

Risultati referendum

Difesa della Costituzione, il motore del voto No

L’analisi del voto prodotta da YouTrend alla chiusura dei seggi sgombra il campo da letture semplicistiche. Il 61% dei votanti No ha indicato come motivazione principale il desiderio di non modificare la Costituzione: un orientamento conservativo-istituzionale che trascende la contrapposizione governo-opposizione. Al secondo posto il contrasto al sorteggio dei componenti dei nuovi CSM (39%). Solo al terzo posto il voto di opposizione al governo Meloni, indicato dal 31% dei No.

La riforma, approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025 senza raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria a evitare il referendum, prevedeva tre modifiche strutturali all’ordinamento giudiziario: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, elevata a principio costituzionale; lo sdoppiamento del CSM nell’istituzione di un doppio organo di autogoverno, uno per i magistrati giudicanti e uno per i requirenti; e la nascita di un’Alta Corte Disciplinare.

I sostenitori del Sì — centrodestra compatto, più Azione e una parte marginale di +Europa — avevano argomentato che la riforma avrebbe garantito la terzietà del giudice e ridotto il peso delle correnti interne alla magistratura. L’opposizione aveva ribattuto che la riforma avrebbe indebolito l’autonomia delle toghe, frammentandone l’autogoverno e aprendo spazi di influenza del potere politico sulla magistratura. A vincere è stata la seconda lettura — ma con una motivazione prevalente che ha poco di ideologico e molto di istituzionale. Il procuratore antimafia Nicola Gratteri ha parlato di «segnale forte e chiaro: la società civile è viva e pronta a mobilitarsi quando sono in gioco principi fondamentali».

Il fronte del Sì aveva anche tentato, nelle ultime settimane di campagna, di agitare argomenti più emotivi — il rischio che la bocciatura della riforma avrebbe favorito la scarcerazione di detenuti pericolosi. Una strategia che, stando ai dati sull’affluenza e sulla distribuzione del voto, si è rivelata controproducente: secondo l’istituto Piepoli, la rimonta del No è coincisa esattamente con il momento in cui la premier è entrata in campagna con temi divisivi estranei al merito della riforma.

Il campo largo festeggia e guarda già al 2027

Migliaia di persone in piazza Barberini a Roma, cortei spontanei a Milano, Napoli, Catania, Palermo. La vittoria del No ha trasformato la serata elettorale in qualcosa che assomigliava a una festa di piazza con bandiere della Cgil, cori di «Bella ciao» e striscioni con la scritta «L’Italia che resiste ancora». La segretaria del Pd Elly Schlein ha sintetizzato così il significato del risultato: «Arriva un messaggio politico chiaro. C’è già una maggioranza alternativa al governo. Questo voto ci consegna una grande responsabilità».

Il leader del M5S Giuseppe Conte, reduce da una campagna referendaria molto attiva, ha parlato di «avviso di sfratto» per il governo. Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi-Sinistra ha chiesto «coraggio, poca ambiguità e stop ai tentennamenti» nella costruzione di una proposta alternativa. Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha convocato la piazza come simbolo di «una nuova primavera del Paese».

La notizia politica più rilevante, tuttavia, è arrivata quasi in contemporanea dai tre leader principali del campo avverso al governo: Matteo Renzi, Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno evocato le primarie di coalizione in vista delle politiche del 2027. Una convergenza accelerata dalla vittoria referendaria, ma che sconta già le prime tensioni: Riccardo Magi di Più Europa ha invitato a «non pensare subito allo strumento delle primarie», preferendo costruire prima una proposta programmatica condivisa. La posizione di Azione — che aveva sostenuto il Sì con Carlo Calenda, rimasto isolato dal resto dell’opposizione — e quella di Italia Viva, che aveva lasciato libertà di voto ai propri elettori, rendono la ricomposizione del campo largo più complicata di quanto i festeggiamenti di piazza suggeriscano.

Meloni rimane ma l’aura di invincibilità si incrina

Giorgia Meloni è stata la prima leader della maggioranza a farsi fotografare al seggio domenica 22 marzo e la prima a commentare il risultato con un videomessaggio sui social: «Gli italiani hanno deciso. Rispettiamo questa decisione. Resta il rammarico per un’occasione persa di modernizzare l’Italia, ma questo non cambia il nostro impegno a lavorare per il bene della nazione». Nessuna ipotesi di dimissioni — esclusa fin dall’inizio della campagna e riconfermata dopo il voto. Renzi le ha consigliato in modo diretto di «avere il coraggio di dimettersi come feci io» dopo la sconfitta del 2016: una frecciata rimasta, per ora, senza risposta.

La stampa internazionale ha letto il risultato in modo più severo rispetto alla versione ufficiale del governo. Politico.eu ha scritto che la sconfitta «indebolirà probabilmente la posizione politica del primo ministro in vista delle elezioni generali». Euractiv ha parlato di «duro colpo politico». Le Monde ha citato un politologo britannico dell’Università del Surrey secondo cui «l’immagine di invincibilità di Meloni si incrina».

In Italia, la critica più diretta è venuta dall’interno della stessa maggioranza: il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè ha ammesso che «più che un referendum sulla separazione delle carriere, è diventato un referendum sul governo Meloni sì o Meloni no».

La lettura preferita dal fedelissimo della premier Giovanbattista Fazzolari è diversa: «In situazioni di grande incertezza i cittadini non vogliono fare salti nel vuoto e preferiscono lo status quo». Una chiave di lettura che, politicamente, ha il vantaggio di non chiamare in causa la leadership — ma che fatica a reggere di fronte a un’affluenza del 59%, la più alta nelle ultime tornate elettorali nazionali. Il braccio destro della premier predica «serenità» e «maggiore compattezza» della coalizione, consapevole che il centrodestra è entrato in una lunga stagione di campagna elettorale.

I sondaggi effettuati contestualmente al voto chiariscono la frattura: il 54% degli italiani ritiene che Meloni debba continuare a guidare il governo anche dopo la sconfitta, il 26% chiede le dimissioni. Ma tra chi ha votato No, il 47% vorrebbe che la premier lasciasse: un dato che segnala quanto il referendum, pur non essendo formalmente un voto di fiducia, abbia finito per esserlo nella percezione di una parte rilevante dell’elettorato.

La riforma della giustizia non è sepolta

La vittoria del No non equivale a un’approvazione dello stato attuale della giustizia italiana. Molti tra i sostenitori del No lo hanno detto con chiarezza nel corso della campagna. Il presidente delle Acli Emiliano Manfredonia ha commentato il risultato come «un monito chiaro: la Costituzione non si cambia a colpi di maggioranza. Se si interviene sulla Carta, lo si fa insieme, con il più ampio consenso possibile». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha preso atto del risultato con sobrietà: «Abbiamo impiegato tutte le nostre energie per spiegare la complessità di questa riforma». Il vicepremier Antonio Tajani ha aggiunto: «La riforma della giustizia rimane un tema aperto. Non rinunceremo a occuparcene».

Sul piano giuridico, la bocciatura referendaria significa che la legge costituzionale non entra in vigore e che la Costituzione resta invariata. Se il governo vorrà riproporre una riforma della magistratura, dovrà ripercorrere l’intero iter di revisione costituzionale dall’inizio: doppia approvazione di Camera e Senato, con la necessità — per evitare un nuovo referendum — di raggiungere la maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere nelle seconde deliberazioni. Una condizione che, nell’attuale composizione parlamentare e con le opposizioni più coese di prima, appare fuori portata nel breve periodo.

Restano però aperti i nodi che avevano giustificato il percorso riformatore: il peso delle correnti interne alla magistratura, il rapporto tra toghe e politica, le inefficienze del sistema disciplinare. Il CSM unico, l’organo di autogoverno della magistratura, continuerà a funzionare secondo le regole attuali. Il dibattito su come intervenire — con riforme ordinarie invece che costituzionali, e con un metodo diverso da quello della contrapposizione frontale — resta aperto e, probabilmente, si riaprirà già nelle prossime settimane.

Il 2027 si avvicina e nasce una nuova partita politica

Le elezioni politiche sono attese entro la fine del 2027. Il referendum ha accelerato i tempi di una campagna elettorale che, secondo più di un esponente della stessa maggioranza, «durerà un anno». Per il centrodestra l’obiettivo è restare compatto su un programma di governo che giustifichi il mandato ricevuto nel 2022, senza cedere alla pressione di un campo avverso che per la prima volta, dall’insediamento di Meloni a Palazzo Chigi, si presenta con slancio politico alle spalle. La parola d’ordine nei corridoi della maggioranza è «non farsi rosolare» e non lasciare al centrosinistra il tempo di costruire un’alternativa credibile.

Per il campo largo la sfida è opposta: trasformare una vittoria referendaria — ottenuta su un tema di garanzia istituzionale, non su un programma di governo — in una coalizione politica strutturata e credibile. Le primarie evocate nella notte del 23 marzo restano un cantiere aperto, con tensioni già visibili tra chi vuole accelerare e chi preferisce costruire prima una proposta programmatica condivisa. La questione della legge elettorale, che il governo sta ridisegnando e su cui le opposizioni hanno già alzato i toni, potrebbe diventare il terreno di scontro più aspro dei prossimi mesi: cambiare le regole del gioco a un anno dalle elezioni è una mossa ad alto rischio politico per chiunque la faccia.

Sullo sfondo rimane il dato più difficile da ignorare: nella fascia 18-34 anni i voti No hanno raggiunto il 61%. Un segnale generazionale che le opposizioni leggono come una grande opportunità politica e che il centrodestra dovrà imparare ad ascoltare, se vuole competere nel 2027 senza affidarsi soltanto alla frammentazione del campo avversario. La nuova partita politica italiana è appena cominciata.