Recessione economica: la reazione delle Pmi

di Filippo Davide Martucci

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L'export al Sud rallenta la crisi, ma ordini e fatturati sono in netta frenata e il Nordest smette di assumere: qual è la situazione della piccola e media industria italiana che si prepara ad affrontare i tempi difficili della recessione economica?

Una congiuntura economica difficile e senza precedenti, una situazione estremamente critica per la finanza americana, la difficoltà di liquidità delle banche, il calo della domanda sui mercati internazionali e il vistoso crollo degli ordinativi: come reagisce la piccola e media impresa italiana di fronte ad uno scenario simile?

Se si guarda alla situazione meridionale e si analizza il trend dell’export, che rappresenta un indicatore fedele della crisi, si nota che nel primo semestre del 2008 al Sud il valore delle vendite oltre confine è cresciuto del 7,8% rispetto allo stesso periodo del 2007, una percentuale di crescita più alta di quella nazionale, pari al +5,8%. Però i dati diffusi da Unioncamere mettono in evidenza un quadro problematico nel secondo trimestre, laddove c’è una sensibile frenata della produzione (- 2,9%) rispetto allo stesso periodo del 2007, una perdita del giro d’affari del 2,6% e una contrazione degli ordinativi alle imprese di 2,1 punti percentuali. Inoltre, i dati Unioncamere sulla nati-mortalità delle aziende nel terzo trimestre del 2008 mostrano che il numero delle imprese registrate al Sud resta costante: a fine settembre sono 1,65 milioni i soggetti imprenditoriali iscritti alle 26 Camere di commercio meridionali, con una crescita dello 0,31% in linea con la media nazionale (+0,33%).

È opportuno fare un distinguo tre le diverse regioni del Sud relativamente ai dati dell’export: al primo posto con oltre 5 miliardi di esportazioni c’è la Sicilia, seguita dalla Campania (4,7 miliardi) e dalla Puglia (3,6 miliardi). L’ultima della classe, in virtù dei suoi 201mila euro, è la Calabria. Questa spinta verso l’alto delle esportazioni, più forte di quella percepita a livello nazionale, farebbe ben sperare se non si stessero attraversando tempi così duri, come si capisce bene dalle dichiarazioni di Marco Venturi, presidente di Piccola Industria Sicilia: «la gran parte degli effetti negativi dell’attuale crisi, non è ancora arrivata qui al Sud. I dati positivi per l’export del primo scorcio di 2008 fanno riferimento ad accordi commerciali presi praticamente un anno fa. La fine di quest’anno pare invece già contrassegnata da una contrazione di ordinativi e vendite».

E Venturi teme che il rischio maggiore sia per i piccoli imprenditori: «le Pmi rappresentano quasi il 90% delle industrie attive al Sud. Con il vento che tira e la stretta creditizia in atto, il costo del denaro per noi crescerà sempre di più, dal momento che le banche scaricheranno sui clienti il margine di rischio». Ci sono poche eccezioni a questa decisa frenata e riguardano, secondo il presidente della Piccola industria calabrese Fausto Aquino, i prodotti di eccellenza del settore agroalimentare. Quindi in generale pare che sarà penalizzato chi non ha puntato sulla qualità ed è rimasto nella fascia media. Gli altri comparti, come quello manifatturiero ad esempio, risentono della crisi, così come accade per le imprese che forniscono la Pubblica Amministrazione che, come sostiene Cosimo Romano, presidente pugliese di Piccola industria, subiscono «il blocco in atto nelle gare di approvvigionamento per beni e servizi, per non parlare dei celeberrimi ritardi nei pagamenti delle forniture».

Ci si chiede a questo punto se ci siano possibilità di ripresa e dove vadano rintracciate. Uno studio svolto dall’associazione Studi e ricerche per il Mezzogiorno (Srm) mostra un Sud con eccellenti realtà di ricerca e con nuove realtà imprenditoriali tecnologicamente avanzate, ma con casi di successo isolati che quindi non riescono a stimolare il tessuto produttivo che le circonda. Se da un lato le imprese provano a fare qualcosa, dall’altro il sistema delle politiche di sviluppo non le aiuta e quindi non consente risultati di qualità. Servirebbe un patto bipartisan per l’innovazione, capace di progettare nel medio e lungo termine, che possa massimizzare i plus delle Pmi, e ancora servirebbe un sistema nel senso di piano organico di sviluppo dell’innovazione. Questa concertazione garantirebbe un utilizzo proficuo delle risorse finanziarie a favore delle imprese che sono veramente innovative e guardano alla qualità dei risultati. Il rischio per l’economia meridionale è proprio questo: non riuscire a finalizzare le risorse su attività e progetti realmente produttivi e strategici che siano funzionali alle esigenze delle imprese.

Un dato positivo per il Meridione è l’aumento, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, sia del peso delle imprese emergenti, della new economy-based firms (ntbf), che del tasso di natalità (superiore rispetto a quello nazionale). Tuttavia le imprese del Sud ad alta tecnologia sono ancora poche, rappresentano il 15% di quelle italiane, mentre le imprese emergenti nei settori dei servizi di editoria elettronica e software e nell’informatica registrano al Sud una presenza maggiore che nel resto d’Italia. Visti i dati, considerata cioè la situazione che vede una concentrazione di imprese in gran parte di piccole dimensioni e Low Tech, con un interessante segmento di imprese più giovani e tecnologicamente avanzate, sarebbe opportuno, nonché fruttuoso per l’economia meridionale, incentivare la crescita dimensionale e favorire la creazione di network.

Simili iniziative che nascono da una seria analisi di contesto sono importanti per promuovere le imprese soprattutto in situazioni di ristagno economico. La crisi all’orizzonte non va trascurata: secondo Unioncamere, nel terzo trimestre del 2008 al Meridione ci sono state 16.385 cessazioni di aziende, cioè il 27,2% del totale nazionale. È la Campania, con le sue 6.211 chiusure, a registrare il bilancio più negativo, e ad essere preceduta a livello nazionale solo dalla Lombardia (9,051). Ma nella regione più industrializzata d’Italia, le chiusure sono compensate dalle oltre 12mila nuove aperture. I valori delle cessazioni sono alti anche in Sicilia (4.109) e Puglia (3.956). Ad un livello più basso si collocano invece Calabria (1.634) e Basilicata (475).

Grazie ai dati Unioncamere è anche possibile fare un’interessante analisi settoriale. Viene messa in evidenza la battuta d’arresto del settore agricolo, nel terzo trimestre del 2008 in Sicilia si registra una flessione dello 0,22%, in Campania e in Puglia del 0,9% ed in Basilicata dello 0,06%. La Calabria è l’unica regione in controtendenza con una crescita delle aziende agricole dello 0,93%. Il comparto manifatturiero presenta situazioni differenti nelle varie regioni meridionali: -0,23% in Campania, +0,21% in Puglia, +0,32% in Sicilia, +0,37% in Calabria e +0,40% in Basilicata. Ma ogni area ha il suo settore critico: in Campania perde terreno la pesca (-1,63%) seguita dall’istruzione (-0,65%) e dai trasporti (-0,25%), in Basilicata, Calabria e Puglia è un momento difficile per l’estrazione di minerali con flessioni rispettivamente dell’1,41%, dell’1,06% e dello 0,46%.

La crisi investe anche il Nordest che smette di assumere. Un’indagine realizzata dalla Fondazione Nordest per conto della Cassa di risparmio del Veneto, su un campione di mille imprese sparse tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige rivela dati poco incoraggianti. Solo un’impresa su tre prevede di fare nuove assunzioni nel 2009 e la percentuale supera la metà solo nelle aziende con più di 100 addetti. È sopra la media, con una percentuale del 45,1% anche chi opera nel settore dei servizi alle imprese. L’aspetto positivo sta nel fatto che c’è comunque nelle aziende una forte difesa del capitale umano esistente e l’interesse verso le figure migliori presenti sul mercato. I settori più chiusi a livello di prospettive di nuove assunzioni sono quello delle costruzioni e quello del commercio.

Se le imprese più piccole sono interessate principalmente alla produzione con un occhio anche al marketing e alla comunicazione, le imprese più grandi, che vogliono allargare il mercato, guardano al commerciale. Far fronte alla competizione internazionale non è facile e richiede competenze specifiche e forte specializzazione che si traducono in ottime capacità da parte del dipendente di lavorare in team, di proporre soluzioni innovative per il prodotto o per il processo produttivo, conoscere più di una lingua, sapersi relazionare con i colleghi dislocati in unità produttive all’estero, gestire relazioni interne ed esterne sempre più complesse.

A Nordest mancano competenze soprattutto tecniche e dirigenziali, mentre, più semplici da reperire sono quelle amministrative. In base ai dati della Fondazione Nordest il 2,8% del campione chiede competenze operative ad una generazione sempre più istruita e sempre meno disposta a svolgere lavori manuali e un 23,9% del campione cerca invece competenze manageriali che vanno maturate con periodi di lavoro all’estero e con una lunga formazione. Finisce così che il titolo di studio è apprezzato dal 10,1% del campione durante il colloquio di lavoro. Conta più l’esperienza dunque, il saper fare. Ecco perché il 45,2% degli intervitati prevede periodi di affiancamento per il nuovo assunto e training on the job, mentre quasi il 30% punta alla riconversione di figure interne. Formazione, informazione, studio e aggiornamento sono strumenti importantissimi soprattutto in tempi difficili come quelli che si stanno affrontando.