Nei paesi OCSE l’età pensionabile è oggi in media pari a 64,7 anni per gli uomini e a 63,9 per le donne. Fra quarant’anni passerà rispettivamente a 66,4 e 65,9 anni. In entrambi i casi, quindi, sarà più bassa di quanto non sia l’attuale requisito italiano. Di conseguenza, I giovani che sono entrati negli ultimi anni nel mondo del lavoro non andranno in pensione prima dei 70 anni.
Questa soglia verrà superata nei prossimi decenni dall’Italia e da un nutrito di gruppo di paesi OCSE, per lo più europei, come Danimarca, Estonia, Paesi Bassi e Svezia. In altre aree del mondo, invece, pur essendo altrettanto attuale l’innalzamento dell’età pensionabile, la progressione è più lenta. In Germania l’incremento porterà la pensione dai 66 ai 67 anni, che è l’attuale livello del pensionamento di vecchiaia italiano.
L’adeguamento alle speranze di vita
Il rapporto sulle pensioni redatto come ogni anno dall’OCSE contiene un confronto internazionale sull’adeguamento dell’età pensionabile rispetto alle speranze di vita, un tema caldo nell’ambito della Legge di Bilancio 2026. L’età pensionabile è indicizzata completamente all’aspettativa di vita in Danimarca, Estonia, Grecia, Italia e Repubblica Slovacca, mentre in Finlandia, Paesi Bassi, Portogallo e Svezia c’è una sorta di adeguamento parziale.
Età pensionabile e questione demografica
In base al rapporto sulle pensioni redatto come ogni anno dall’OCSE, si tratta di un trend globale legato alla questione demografica, necessario per rendere sostenibili i sistemi previdenziali. I dati sull’invecchiamento medio della popolazione vedono infatti il numero di persone di età pari o superiore a 65 anni ogni 100 persone di età compresa tra 20 e 64 anni aumentare da 33 nel 25 a 52 nel 2050. Nel 2020, la media era di 20 ultra65enni ogni 100 persone. Il paese in cui il fenomeno è maggiormente evidente è la Corea, con un balzo di quasi 50 punti. Ma anche qui l’Italia è fra i paesi con il salto più evidente: oltre i 25 punti, insieme a Grecia, Polonia, Repubblica Slovacca e Spagna.
I punti deboli del sistema pensionistico italiano
Diversi i punti deboli del sistema italiano. Il tasso di occupazione fra gli over 60, pur essendo in ascesa (è raddoppiato dal 2012), attestandosi al 47% resta di dieci punti inferiore alla media Ocse. «Ulteriori miglioramenti nell’occupazione dei lavoratori più anziani – si legge nel report – attutirebbero il forte calo previsto della popolazione in età lavorativa in Italia, di oltre un terzo entro il 2060» e questo «avrà un impatto negativo sia sulla base contributiva pensionistica che sulla crescita del PIL».
Spesa pensionistica
La spesa pensionistica, intorno al 16% del PIL, è seconda solo alla Grecia ma per almeno un quarto non è finanziata dai contributi previdenziali. Le riforma degli ultimi anni, che hanno reso il sistema interamente contributivo, produrranno pienamente effetto intorno al 2024, quando la totalità dei pensionati avrà l’intero assegno previdenziale calcolato in base ai contributi versati. Coloro che si ritirano in questi anni hanno in media il calcolo contributivo sul 50% dell’assegno.
Gender gap ancora elevato
Il gender gap pur in miglioramento resta superiore alla media OCSE, rispettivamente 29 e 23%. Qui continuano a pesare il basso tasso di occupazione femminile e il divario retributivo atteso nel corso della vita, che supera il 40% in Italia, rispetto a una media OCSE del 35%.
