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Trasparenza salariale, sei lavoratori su dieci ignorano i nuovi diritti

di Teresa Barone

22 Maggio 2026 09:00

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Sei lavoratori italiani su dieci ignorano i nuovi diritti sulla trasparenza salariale. Retribuzioni, informazioni e obblighi dal 7 giugno.

L’obbligo di trasparenza salariale sta per divenire realtà per candidati e dipendenti italiani ma molti lavoratori arrivano alla scadenza del 7 giugno 2026 con poche informazioni sui nuovi diritti. Secondo l’HR & Payroll Pulse 2026 di SD Worx, sei dipendenti su dieci dichiarano di non conoscere la Direttiva UE sulla trasparenza retributiva ma il 59% considera comunque la chiarezza sulle politiche salariali un criterio rilevante nella scelta del datore di lavoro.

Lavoratori poco informati sulla trasparenza salariale

Il dato più interessante della ricerca riguarda la distanza tra le nuove regole e diritti sulla trasparenza salariale per le aziende e la conoscenza effettiva dei lavoratori. In Italia, soltanto il 40% dei dipendenti afferma di conoscere la Direttiva europea sulla trasparenza retributiva e i diritti salariali collegati. La consapevolezza scende tra alcune fasce di età: tra gli under 25 si ferma al 37%, mentre tra i lavoratori tra 50 e 54 anni arriva al 34%. Il dato mostra una fragilità informativa trasversale, che riguarda sia chi entra ora nel mercato del lavoro sia chi ha un rapporto stabile e una lunga esperienza aziendale.

Stipendi, equità e percezione dei dipendenti

La scarsa conoscenza della normativa si intreccia con una percezione retributiva già debole. Secondo il report, soltanto il 37% dei lavoratori italiani considera la propria retribuzione proporzionata alle mansioni svolte; il 34% la giudica inadeguata e quasi un dipendente su tre assume una posizione neutra.

Il confronto interno migliora solo in parte il quadro: il 44% parla di equità retributiva tra colleghi con ruoli simili, ma il dato scende al 40% tra le donne e al 35,5% nella fascia 45-49 anni. La media europea è più alta, al 52%.

Diritti salariali dal 7 giugno

La Direttiva UE 2023/970 e il decreto italiano di recepimento introducono nuovi diritti per candidati e lavoratori. Il testo vieta ai datori di lavoro di chiedere lo storico salariale nei colloqui e impone informazioni più chiare sulla retribuzione iniziale o sulla fascia prevista per la posizione.

Durante il rapporto di lavoro, i dipendenti potranno conoscere i criteri usati per determinare stipendi, livelli retributivi e progressioni economiche. Potranno inoltre chiedere informazioni sul proprio livello retributivo individuale e sui livelli medi dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, con dati suddivisi per genere e nel rispetto della privacy.

PMI senza strumenti informativi

Il report SD Worx segnala un divario tra quanto le aziende dichiarano e quanto i lavoratori riescono a verificare. Il 64% delle organizzazioni italiane si considera pronto alla nuova normativa, percentuale che sale al 71% tra le realtà con più di 1.000 dipendenti. La disponibilità di strumenti interni è però molto più bassa: appena il 23% delle aziende italiane mette a disposizione dashboard, sistemi informativi o processi chiari per aiutare i dipendenti a comprendere le politiche salariali. Nelle imprese sotto i 100 dipendenti, la quota scende al 6%.

Informazioni sugli stipendi individuali

La nuova disciplina non introduce un accesso libero agli stipendi nominali dei colleghi. Il diritto del lavoratore riguarda il proprio livello retributivo e le medie delle categorie comparabili, suddivise per genere, in modo da verificare eventuali differenze ingiustificate.

La Direttiva rafforza anche le tutele in caso di discriminazione: se emerge un divario retributivo di genere pari o superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere, il datore di lavoro deve motivarlo e avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze dei lavoratori.

Le novità per chi cerca lavoro

Il nuovo regime incide anche sui candidati. Prima dell’assunzione, la retribuzione iniziale o la fascia prevista dovrà essere comunicata in modo da consentire una trattativa informata. Il datore di lavoro non potrà chiedere quanto il candidato guadagna o ha guadagnato nei rapporti precedenti.

Per chi cerca lavoro, la trasparenza salariale diventa quindi uno strumento di confronto tra offerte e aziende. Per chi è già dipendente, il diritto all’informazione consente di capire meglio criteri retributivi, progressioni e differenze interne, senza violare la riservatezza dei colleghi.

Trasparenza e scelta del datore di lavoro

Per i lavoratori la chiarezza sulle retribuzioni è già un criterio di attrattività. Il 59% dei dipendenti italiani considera la trasparenza salariale molto rilevante nella scelta del futuro datore di lavoro.

La percentuale sale al 62% tra le donne, al 64% tra i dipendenti delle microimprese con meno di dieci addetti e al 60% tra chi lavora in aziende da 10 a 49 dipendenti. La trasparenza retributiva diventa quindi un segnale di fiducia anche per le realtà più piccole, dove policy, fasce salariali e criteri di progressione sono spesso meno formalizzati.