Il presidente di Confartigianato Lombardia, intervistato da PMI.it, si inserisce nell’acceso dibattito che vede le associazioni imprenditoriali schierate su fronti opposti sulla riforma dell’artigianato che il Governo sta mettendo a punto.
Per Eugenio Massetti, «il racconto delle piccole imprese troppo piccole, non competitive e che non investono va cancellato. Le PMI investono in digitale e intelligenza artificiale. E noi vogliamo che sia riconosciuto il nostro ruolo di imprese artigiane, parificandoci ai numeri europei: le piccole imprese in base alle regole comunitarie hanno da 10 a 49 dipendenti, in Italia siamo fermi a 15 o 22».
L’attuazione della delega nella legge annuale sulle PMI, attesa entro il 7 gennaio 2027, interviene sulla legge quadro 443/1985, che attualmente definisce le imprese artigiane, modificando i limiti dimensionali per il riconoscimento della qualifica artigiana.
Confindustria ha espresso posizioni molto critiche nei confronti di questa sorta di sovrapposizione, così come da altre associazioni d’impresa, tra cui CONFAPI. «Ma un’azienda che ha 49 dipendenti è industria? Le industrie hanno centinaia o migliaia di dipendenti», sottolinea Massetti.
I limiti dimensionali delle imprese artigiane
La legge prevede attualmente limiti diversi in base alla tipologia di attività: fino a 22 dipendenti per le imprese che non lavorano in serie e fino a 12 per quelle che lavorano in serie, considerando le maggiorazioni consentite dalla presenza di apprendisti.
Sulla definizione di nuovi limiti dimensionali il dibattito è particolarmente acceso ma, per capire esattamente come sarà formulata la riforma bisogna attendere i testi definitivi.
In base alle anticipazioni, le ipotesi su cui stanno lavorando i tecnici del ministero delle Imprese e del Made in Italy prevedono una modifica contenuta rispetto all’attuale regola: un’impresa artigiana potrebbe passare da 22 a 27 dipendenti. Se produce in serie, il limite salirebbe da 12 a 15. Il segmento che si avvicina alla “quota 50” intorno a cui si concentra il dibattito è l’artigianato artistico, che oggi può avere fino a 40 dipendenti e con la riforma – secondo le ultime anticipazioni sulla bozza di riforma – arriverebbe fino a 48-49.
L’ipotesi di alzare il limite a 50 dipendenti
Inizialmente, quando ancora la legge delega era in discussione in Parlamento, erano state avanzate proposte per portare fino a 49 dipendenti il limite dimensionale di tutte le imprese artigiane. Ipotesi che ora sembra accantonata ma che Massetti continua a sostenere, per consentire alle imprese artigiane di crescere fino alle dimensioni di una piccola impresa europea:
Siamo artigiani perché siamo piccole imprese o perché facciamo un certo tipo di lavorazione? Non è una questione di contratti, il punto è il riconoscimento del lavoro artigiano.
Anche perché «è vero che spesso gli imprenditori artigiani hanno aziende molto piccole, con meno di 10 dipendenti, ma nella manifattura possono anche superare i 30 o 40, e rimangono comunque artigiani. Io lascerei alle imprese la libertà di decidere».
Le richieste di Confartigianato
Il settore, insiste il presidente dell’associazione imprenditoriale in Lombardia, andrebbe fra l’altro sostenuto anche su altri fronti. «In periodi di crisi gli artigiani non hanno delocalizzato, quindi hanno mantenuto i posti di lavoro nel Paese». Eppure, continuiamo ad essere penalizzati almeno su due diversi punti. In dieci anni il credito verso le piccole imprese è diminuito del 30%. Le banche inaspriscono le condizioni del prestito, quindi noi facciamo fatica a crescere. Nell’industria questo non succede. In secondo luogo, paghiamo una bolletta energetica più alta rispetto a quella delle grandi aziende energivore. Parlo del costo dell’energia per produrre, non dei carburanti».
Detto questo, «noi non cerchiamo scontri con nessuno, tradizionalmente lavoriamo con l’industria in ottica di filiera. Così come abbiamo un costante confronto con i sindacati».
La richiesta di intervenire efficacemente in sede di riforma deriva dall’esigenza di adeguare il settore ai cambiamenti del mondo del lavoro, consentendo agli artigiani di essere competitivi. «È una questione legata al riconoscimento di uno status. Se è vero – come dicono – che le imprese devono crescere, dobbiamo essere in condizioni di farlo. Poi, dei contratti si discute ai tavoli sindacali».