Tecnologie dirompenti: luci e ombre

di Redazione PMI.it

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Le tecnologie dirompenti forgiano nuovi ecosistemi industriali e modelli di business ma, per non rischiare l'impasse di mercato, regolatori e decisori devono garantire nuovi equilibri per non sprecare le opportunità dell’innovazione: analisi di P.Marizza e A. La Vopa*

Quando si parla di innovazione immancabilmente si pensa alle nuove tecnologie, a come esse siano entrate a far parte delle nostre vite e come stiano condizionando i nostri modi di vivere, interagire e lavorare. Facendo riferimento alla letteratura troveremo diverse “tipologie” di innovazione ma, quali esse siano, comportano la creazione e lo sviluppo di qualcosa di nuovo con uno specifico valore aggiunto e una valida proposizione dello stesso (value proposition). Certamente, le disruptive innovations sono quelle che più stanno modificando i nostri stili di vita, con un impatto professionale e sociale non indifferente. Si prenda ad esempio la rapida comparsa dei droni, la stampa 3D o le nanotecnologie. Senza entrare in dettagli tecnici, le domande che nascono spontanee sono:

come si comportano le imprese di fronte a tali innovazioni? E i governi (e gli enti regolatori)? E come tutto ciò impatta sul mercato del lavoro?

=> L’impatto delle innovazioni ICT su imprese e mercati

Ormai da tanto si sente dire che le aziende devono innovare per non subire l’ascesa alle economie emergenti. Questo è quanto mai imperativo, dato che senza innovare le aziende restano ancorate a tecnologie e metodi produttivi antiquati e sorpassati. Nel contempo, per mantenere la propria competitività le aziende devono ripensare e rivedere i loro modelli di business, cosi come le loro filiere produttive. Il modello del produttore-fornitore-cliente ormai deve lasciare spazio al concetto di ecosistema, dove tutto è integrato e ben concatenato, dove anche i clienti o consumatori sono parte del processo innovativo.

In questi ecosistemi, un ruolo essenziale lo rivestono istituzioni ed enti regolatori, che devono essere in grado di regolamentare senza ostacolare, o nel peggiore dei casi bloccare, l’innovazione. Si pensi ai droni, massicciamente introdotti in alcuni settori industriali (cinema, agricoltura, logistica) e di certo sempre più utilizzati. La risposta dei governi – di quello italiano in particolare – è una regolamentazione dei voli: ci vorranno abilitazioni all’uso di tali velivoli, cosa che da un lato è necessaria per la sicurezza e il loro corretto utilizzo, ma che a nostro avviso ne rallenta comunque lo sviluppo di nuove potenzialità.

Anche nella vicenda Uber (permette di prenotare un’auto con conducente via smartphone, utilizzando un’applicazione che consente a chiunque di utilizzare la propria auto per dare passaggi in città) si è già passati ai fatti. Il Tribunale di Milano ha ordinato il blocco di UberPop su tutto il territorio nazionale con inibizione dalla prestazione del servizio, accogliendo il ricorso presentato dalle associazioni di categoria dei tassisti per concorrenza sleale al servizio di radiotaxi. Ma è solo una questione di tempo, come nel caso degli Architetti che, come categoria, ha presentato un’interrogazione parlamentare contro una neonata startup italiana, mossa dalla paura che un servizio online di progettazione di interni sia potenzialmente disruptive: l’onda lunga dell’innovazione digitale si può rallentare ma non bloccare.

L’impatto delle nuove tecnologie è generalizzato: uno dei settori più coinvolti è quello automobilistico. Non solo e non tanto per lo sviluppo da parte di startup di “auto senza pilota” ma di nuovi sistemi di sicurezza, controllo, manutenzione e interconnessione, come di tecnologie che aumentano l’efficienza di motori e batterie.

Anche il mondo delle Assicurazioni e delle Banche, sebbene protetto da regolamentazioni, viene investito dalla marea montante dell’innovazione. Negli ultimi 5 anni gli investimenti in startup nel mondo assicurativo sono nell’ordine dei 2,5 miliardi di dollari e nel solo 2014 il numero di investimenti in startup è aumentato di 10 volte. La digitalizzazione dei servizi nel settore finanziario, si parla di Fintech, crea minacce di disintermediazione anche per le banche non solo nei sistemi di pagamento, nel trade finance e nella gestione del risparmio, ma anche in relazione alla digitalizzazione di processi core interni, replicabili a basso costo da parte di player agili e flessibili. Le iniziative sono per ora disparate e frammentate: la minaccia potrà venire dall’emergere di integratori/consolidatori di piattaforme, una sorta di Amazon Bank, che potrebbe cambiare significativamente il modello di business della banche tradizionali.

Infine, non si può trascurare l’impatto che le innovazioni dirompenti hanno sul mercato del lavoro. Si potrebbe ad esempio pensare che le nuove tecnologie portino a nuovi metodi di produzione, e quindi ad una automazione che possa immancabilmente scalzare la manodopera specializzata. Questa è a nostro avviso una logica troppo facile da adottare e troppo conservatrice.

In merito a queste traiettorie future, ci sia concesso il beneficio del dubbio, gli scenari catastrofici non sembrano cosi ineluttabili: la cosiddetta “disoccupazione tecnologica” può avere un impatto non cosi generalizzato, diverso da settore e settore e in ogni caso rappresentare un processo di trasformazione transitorio, come già avvenuto in diversi momenti nei 200 anni di evoluzione industriale e socioeconomica. Tante attività e operazioni che per noi umani sono facili da eseguire nel mondo reale non sono semplici per un computer o un robot. Per un’ intelligenza artificiale i problemi difficili sono facili e viceversa. E’ il cosiddetto paradosso di Moravec: i computer hanno superato l’uomo nel gioco degli scacchi ma, parlando di percezione e mobilità, è difficile dargli le capacità di un neonato.

E allora quali saranno le categorie più colpite dalla nuova era delle macchine? Gli analisti dei mercati finanziari, gli ingegneri del calcolo strutturale, i tecnici di laboratorio oppure i manutentori, gli infermieri, i musicisti?

Molti preconizzano l’ avvento di una rivoluzione industriale che condurrà a un’economia del post-lavoro. Ma in molti campi le persone hanno capacità che non saranno sostituite e altre che non lo saranno ancora per qualche decennio.

L’innovazione è cambiamento, è uscire dalla propria comfort zone e intraprendere un qualcosa di nuovo. L’automazione industriale necessariamente migliorerà e progredirà, ma questo non farà altro che permettere la creazione di nuove competenze, di nuove professionalità e di nuove opportunità (professionali e sociali). Gli ecosistemi industriali dovranno comunque evolversi adattandosi alle nuove tecnologie, e pertanto imprese, governi, istituzioni, lavoratori e consumatori troveranno anch’essi nuovi equilibri nelle sfide e nelle opportunità dell’innovazione.

Per il momento, il modo migliore per affrontare queste sfide è far crescere l’economia e con essa le prospettive del lavoro. E nel frattempo progettare politiche e misure che possano traghettare verso nuovi equilibri sociali ed economici nel modo meno traumatico possibile.

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Paolo Marizza è Adjunct Professor al DEAMS-Università di Trieste e Partner di Financial InnovationsAdriano La Vopa è esperto di processi e metodologie di Open Innovation, dall’ideazione alla commercializzazione di prodotti e servizi. Ha supportato diverse imprese multinazionali nella loro strategia innovativa, approcciando nuove tecnologie, migliorando la competitività e creando nuove opportunità di diversificazione del business.