Giovani sempre più sul Web: ma la privacy?

di Marina Mancini

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Gli adolescenti italiani impazzano su chat e social network. In crescita l'uso di Internet tra i giovani, ma anche il rischio violazione privacy

In crescita esponenziale l’utilizzo di Internet da parte dei giovani italiani, soprattutto tra le donne. Meno ricerca e studio, più chat, YouTube e Messenger.

Questi i primi dati che emergono dall’indagine 2008 Abitudini e Stili di vita degli adolescenti, realizzata come ogni anno dalla

Società  italiana di Pediatria
.

Il rapporto, presentato oggi a Bologna nell’ambito del Convegno “La
Società degli adolescenti
“, evidenzia la presenza massiccia in Rete, ogni giorno, di migliaia di giovani: il panel di 1200 studenti considerato per la ricerca (con età compresa tra i 12 e i 14 anni), possiede un proprio
computer, con il quale isolarsi nella propria stanza e, per lo più, chattare con gli amici piuttosto che effettuare ricerche di studio.

Rispetto al 2000, anno in cui solo il 37% aveva in casa un personal computer
e pochi con un collegamento ad Internet, nel 2007 il 95% del campione possedeva un pc e tutti connessi al Web: nel 30% dei casi per navigare chattare e aggiornare il proprio blog o pagina personale di un social network almeno una volta al giorno. A non scegliere Internet, solo il 17,3% del campione preso in esame.

Nel 2008 a parità di computer posseduti, cresce ancora di più l’uso quotidiano del Web: il 42,4% dei ragazzi intervistati si collega ogni giorno alla Rete e solo il 12% non si collega mai.

Ma come usano la Rete i giovani internauti? Il 75,9% ha risposto per usare
Messenger
, il 69,9% per chattare, un campioni pari al 76,4% scarica
musica e video ed il 76,5% utilizza YouTube.

E intanto, nel Regno Unito – per contrastare il dilagare di usi e abusi delle potenzialità del Web per raggiungere sempre più utenti/clienti e sfruttare l’utilizzo crescente del Web 2.0 – i magistrati del CPS (Crown Prosecution Service), annunciano di avere avviato un procedimento nei confronti di British Telecom.

Il reato? Aver testato il behavioural advertising senza informare gli utenti, ignari di essere utilizzati come cavie telematiche per spiare e registrare le abitudini di navigazione in maniera invasiva.

Gli inglesi si preoccupano dunque per la privacy dei surfer anche dinanzi a advertising gestito dai provider.

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