Beni culturali: retribuzioni da fame

di Redazione PMI.it

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In Italia la cultura non paga: inchiesta svela come anche per i professionisti qualificati i compensi siano inferiori agli otto euro l'ora e che solo la metà degli addetti è assunta con contratto.

I lavoratori impiegati nel settore cultura guadagnano mediamente meno di 8 euro l’ora, nell’11,5% dei casi persino meno di 4 euro l’ora. Questo dato allarmante emerge dalla ricerca “Cultura, contratti e condizioni di lavoro” condotta dall’associazione Mi Riconosci?.

L’indagine, chiusa il 30 settembre e presentata alla Camera dei Deputati il 30 ottobre, è basata sulle testimonianze relative a oltre 1500 situazioni lavorative a livello nazionale.

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Retribuzioni

Gli esiti dell’inchiesta mettono in evidenza come a percepire compensi inferiori agli otto euro orari sono semiprofessionisti specializzati, in possesso di laurea magistrale o anche titolo superiore.

In generale, dall’indagine emerge come il 63% dei lavoratori dichiari di guadagnare meno di 10mila euro l’anno, circa il 20% arriva a 15mila euro l’anno. Ammonta al 38%, inoltre, la percentuale di coloro che guadagna addirittura meno di 5mila euro annui.
Insomma, scenari peggiori di quelli evocati dal film “Smetto quando voglio”.

 

Contratti

Sui circa 1500 addetti del settore che hanno aderito al questionario, quasi 400 lavorano a Partita IVA. Interpellati sul motivo di questa scelta, nel 78% dei casi si è rivelata una scelta obbligata.

Rispetto alla stessa platea di intervistati, solo la metà (il 53%) risulta impiegato con un regolare contratto CCNL. Sì, ma quale?

Il contratto più applicato è quello Multiservizi (23%), in realtà estraneo al settore dei servizi culturali. Il 16,6% lavora per la Pubblica Amministrazione con il contratto di categoria. Seguono Commercio Terziario e Servizi (18,5%) e Cooperative Sociali (14,7%). Il contratto di elezione (Federculture) riguarda solo il 7% di stipule. Seguono Turismo (5,7%), Edilizia (5,3%), Spettacolo (3%), Servizi Ausiliari e Fiduciari (2,5%), Metalmeccanici (1,6%).

Nella restante quota (47%) rientrano precari di vario genere: co.co.pro, ritenute d’acconto, volontari del Servizio Civile, tirocinanti, volontari. Il 25% non ha alcuna forma di contratto.

L’appello

Alla luce di questi dati, il gruppo di professionisti del mondo dei beni culturali riuniti intorno al gruppo “Mi Riconosci?” lanciano l’allarme e sostengono un appello:

Il settore culturale si fonda su questi redditi, su questi contratti, su questi lavoratori specializzati costretti a vivere, per precise scelte politiche, sotto la soglia di povertà.

Invitiamo tutti i cittadini, i giornali e la politica a seguire i risultati della nostra inchiesta, che verranno man mano pubblicati: quello che abbiamo rivelato oggi è solo uno dei tanti risultati scioccanti e, forse, anche quello maggiormente pronosticabile.

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