I quarant’anni dello Statuto dei lavoratori

di Barbara Weisz

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La legge fu approvata il 20 maggio del 1970. La storia della più importante norma italiana sul lavoro e i temi del dibattito in corso sul suo futuro

È un compleanno molto festeggiato quello dello Statuto dei lavoratori. La quarantesima candelina della legge che entrò in vigore di 20 maggio del 1970 viene per esempio celebrata al ministro del Lavoro con l’intitolazione di tre nuove sale ad altrettanti ex titolari del dicastero, ovvero Gino Giugni, Giacomo Brodolini e Carlo Donat Cattin.

I sindacati confederali hanno organizzzato convegni appositi. E ci sono iniziative da parte di istituzini economiche un po’ in tutto il paese. Ma al di là delle celebrazioni, il dibattito sulla legislazione del mondo del lavoro è accesissimo, e non privo di contrasti fra le parti sociali, fra le forze politiche, fra gli esperti di economia e di diritto, e anche fra tutti i “normali” lavoratori. In vista, secondo le dichiarazioni dello stesso ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, c’è una revisione dello Statuto, che cambierebbe anche nome diventando Statuto dei Lavori.

«Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento»: questo, per esteso, il nome della legge 300 del 20 maggio 1970 che tutti conosciamo con il nome di Statuto dei Lavoratori. Come forse non tutti sanno, a quei tempi fra i critici nei confronti della normativa c’erano proprio i sindacati e il partito comunista. La sinistra, allora, riteneva la legge restrittiva rispetto al dettato costituzionale e inadeguata a proteggere efficacemente il mondo del lavoro.

Il Pci, in sede di voto, si astenne, mentre si espressero a favore Dc, Psi, repubblicani e liberali. I padri di quel testo furono Giacomo Brodolini, sindacalista e Gino Giugni, docente universitario. Quest’ultimo fu il presidente della commissione che preparò la bozza, e che fu promossa proprio da Brodolini (che morì prima di vederne la conclusione). Entrambi erano socialisti. Fra i primi esponenti politici a pronunciarsi in favore di una legge che regolasse i diritti del lavoro era stato, quasi vent’anni prima, nel 1952, Giuseppe Di Vittorio, storico segretario generale della Cgil nonchè politico del Pci.

Oggi, a quarant’anni di distanza, lo Statuto dei Lavoratori con i suoi 41 articoli, divisi in sei titoli, resta la fonte normativa più importante in materia di diritto del lavoro. Se tutti o quasi ne riconoscono l’importanza storica, come strumento per portare diritti fondamentali, tutele e protezioni sociali nel mondo del lavoro, il dibattito sui futuri sviluppi della normativa è apertissimo nonchè acceso. Fra i punti negli ultimi anni più controversi, il famoso articolo 18, che protegge il dipendente dal licenziamento. Fra l’altro, il ministro Sacconi ha dichiarato che non si tratta in un punto destinato a cambiare nello “Statuto dei lavori” su cui il governo sta lavorando, e la cui bozza è attesa nei prossimi mesi.

Non si può non citare il ddl Lavoro in questi giorni in discussione in parlamento, quello che prevede il contestato arbitrato e che il presidente della Repubblica ha rimandato alle camere qualche settimana or sono. La legislazione sul mondo del lavoro è alle prese con una realtà in forte mutamento: buona parte dei lavoratori italiani non sono dipendenti, e dunque non godono di protezioni, così come non hanno ammortizzatori sociali. Il tema è molto caldo visto che uno degli effetti della recente crisi economica è rappresentato proprio dalla disoccupazine, in crescita in questo 2010 in Italia come in tutta Europa. Urgente l’esigenza di coniugare diritti e dignità della persona con i temi della competitività e dello sviluppo.

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