Made in, l’etichetta è legge in Europa

di Barbara Weisz

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La norma è stata approvata dal Parlamento Ue, ora passa al Consiglio. Prevede l'obbligo di indicare il paese di provenienza. Soddisfazione in Italia

I prodotti venduti nell’Unione Europea ma fabbricati altrove dovranno obbligatoriamente avere un’etichetta che indichi il nome del paese di provenienza. Dopo sei anni di dibattiti, la norma sul “Made in” è legge.

L’ha approvata ieri il Parlamento di Strasburgo con una larga maggioranza (525 voti favorevoli, 49 ctrari, 44 astenuti). L’iter non è terminato, ora il testo dovrà essere discusso dal Consiglio Europeo che riunisce i 27 membri. I quali, secondo la norma licenziata dall’Aula comunitaria, avranno cinque anni di tempo per recepirla.

Inutile sottolineare che si tratta di una regolamentazione particolarmente gradita ai paesi a più forte vocazione manifatturiera, come l’Italia o la Germania. Mentre le maggiori opposizioni, nell’arco di questi anni, erano non a caso arrivate da paesi più concentrati sul commercio e sulla finanza, come la Gran Bretagna e i paesi del Nord Europa. Comunque sia, la frattura è stata composta e la legge è passata.

La relatrice Cristiana Muscardini ha sottolineato la propria soddisfazione per una legge che garantisce «ai cittadini europei il diritto di conoscere la provenienza di ciò che acquistano», come del resto accade già negli Stati Uniti, in Canada, in India e in Cina. L’etichetta, si legge nel testo della legge, «fornirà ai cittadini maggiori informazioni» e li metterà «al riparo dall’acquisto inconsapevole di prodotti potenzialmente di dubbia qualità».

Fino ad oggi, la mancanza di regolamentazione specifica, ha «fatto sì che, in alcuni settori, la maggior parte dei prodotti importati da paesi terzi e distribuiti sul mercato comunitario risultino non riportare alcuna informazione, o informazioni ingannevoli, relativamente al paese di origine». 

L’etichetta dovrà comparire sul prodotto finale, in una qualsiasi delle lingue europee, in modo da facilitare la comprensione dei cittadini dei diversi stati, oppure in inglese, con la dicitura “made in” seguita dal nome del prodotto.

Riguarda tutti i prodotti, dalle calzature all’abbigliamento, da viti, bulloni e rubinetteria a mobili e lampade, da oreficeria a prodotti della ceramica, esclusi quelli agricoli e ittici. Un emendamento ha anche escluso i prodotti farmaceutici e le lenti a contatto.

Mentre la proposta della Commissione non prevedeva sanzioni, i deputati chiedono invece di proporre livelli minimi di multe per assicurare l’applicazione in tutti i Paesi membri. E il testo include anche la proposta di uno studio di valutazione sugli effetti del regolamento, tre anni dopo l’entrata in vigore.

In Italia, reazioni positive da parte del viceministro allo Sviluppo Economico, Adolfo Urso, e un po’ da tutto il mondo economico. La misura, oltre che utile per i consumatori, è come sottolinea la stessa Confindustria «di fondamentale importanza per il mondo delle imprese italiane». Confcommercio parla di «un passo importante che rafforza ulteriormente il sostegno al commercio legittimo e la lotta alla contraffazione e a cui è auspicabile faccia seguito l’approvazione anche da parte del Consiglio europeo».

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