Dopo Mirafiori: verso i contratti aziendali

di Barbara Weisz

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La proposta è lanciata da Federmeccanica, tutti contrari i sindacati. Relazioni industriali, le analisi degli economisti sugli effetti del cambiamento

Il caso Mirafiori ha fatto da apripista. E ora da Federmeccanica arriva la proposta: i contratti aziendali possono sostituire quello nazionale. Se ne parlerà già lunedì prossimo, alla riunione prevista con Cgil, Cisl e Uil sull’avvio delle trattative per un contratto per l’auto. Le prime reazioni dei sindacati sono univoche: tutti contrari. Ma di fatto il negoziato è partito.

La proposta, messa a punto dal direttivo di Federmeccanica, è stata comunicata dal direttore generale Roberto Santarelli: «stiamo facendo un ulteriore passo avanti rispetto al sistema delle deroghe. Dove ci sono le condizioni e con il consenso dei sindacati deve essere possibile prevedere, sulla base di quello che succede nel resto del mondo, l’alternatività fra contratto aziendale e nazionale. L’uno deve poter essere sostitutivo dell’altro». Una linea che incontra il favore dell’intera Confindustria, che anzi lancia l’ipotesi di applicare l’idea anche ad altri settori, oltre a quello metalmeccanico.

I sindacati, come detto, si dichiarano contrari, questa volta unitariamente. Susanna Camusso, leader della Cgil, ritiene che «Federmeccanica sbaglierebbe per la quarta volta dopo il contratto separato, le deroghe, il contratto ad hoc per l’auto». Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, firmatario del contratto di Mirafiori, in questo caso ammonisce: «il contratto nazionale c’è e vale ancora per due anni. Nessuno metta il carro davanti ai buoi».

Al di là del dibattito fra le parti, destinato a proseguire a lungo, sta succedendo quello che molti avevano previsto: un profondo cambiamento nel sistema delle relazioni industriali italiane. Federmeccanica ritiene che questo non significhi la fine delle contrattazioni collettive, che secondo Santarelli continueranno ad essere utilizzate da 11mila 500 delle 12mila imprese associate.

Innocenzo Cipolletta, che fra l’altro è stato direttore generale di Confindustria, scrive su LaVoce.info che il contratto nazionale «finirà per essere essenzialmente il contratto delle piccole imprese, ossia di quelle aziende che pensano di non avere strumenti per avere un contratto autonomo» e, più in generale, rappresenterà «una sorta di base minima per i contratti aziendali». L’economista ipotizza che si possa arrivare alla definizione di «un minimo salariale nazionale comune a tutte le imprese», che potrebbe essere negaoziato periodicamente o approvato per legge.

Tutto questo inciderà da una parte sulla “funzione sindacale classica” (verrà “sostituita da forme di consulenza per i contratti di lavoro aziendale”, si produrrà una maggior sindacalizzazione nelle grandi imprese, nasceranno più sigle autonome), dall’altra sulla funzione di Confindustria e delle rappresentanze delle imprese, la cui funzione sarà sempre più simile a quella di lobby.

Un altro economista, Paolo Manasse, sempre su LaVoce.info, si occupa dei possibili effetti su occupazione e salari applicando un preciso modello (Shapiro e Stiglitz, 1984) al contratto Fiat. Nel breve periodo, «l’occupazione cresce e i salari calano», perché si «indebolisce la posizione contrattuale dei lavoratori e il salario reale si riduce», il che «rende più conveniente all’impresa assumere nuovi lavoratori». In un secondo momento, l’occupazione continua a crescere ma sale anche il salario, perché aumenta la produttività, l’impresa può pagare stipendi più alti senza intaccare i livelli occupazionali e anzi aumenta la domanda di lavoro da parte dell’impresa stessa.

Conclusione: «è ragionevole pensare che il nuovo contratto comporterà un aumento dell’occupazione, sia nel breve che nel medio termine, mentre la riduzione del salario reale, dovuta al peggioramento della posizione contrattuale dei lavoratori, sarà transitoria e tenderà a essere riassorbita quando verranno effettuati i nuovi investimenti».

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