Private equity, la crisi arriva nel 2009

di Barbara Weisz

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Dopo un 2008 che ha fatto segnare risultati migliori della media europea, i primi sei mesi dell'anno in corso vedono una riduzione del numero delle operazioni, quasi ai minimi storici. Ma le previsioni sono ottimistiche

Il 2008 era andato bene, addirittura meglio che in molti paesi europei. Ma nel 2009 il private equity italiano ha risentito della crisi, con un po’ di ritardo. Lo rilevano uno studio del Laboratorio Private equity e Lbo della Sda Bocconi e i dati del Pem, il Private equity monitor. Secondo le cifre fornite da quast’ultimo, nei primi sei mesi dell’anno il numero delle operazioni si è fermato a 23, con una riduzione superiore al 60% rispetto ai 64 deals dei primi sei mesi del 2008. È il secondo valore più basso di sempre, dopo il dato del primo trimestre del 2004, che aveva segnato l’inizio dell’anno peggiore per il settore nella Penisola. Ma le previsioni per il futuro prossimo sono improntate all’ottimismo.

L’outlook «nel breve-medio periodo rimane cautamente positivo, se si considera che prosegue la raccolta di capitali da destinare a nuovi investimenti», commenta Valter Conca, resaponsabile del Laboratorio. «La pendenza della curva di discesa mostra i primi segnali di attenuazione – spiega Roberto Del Giudice, responsabile del Pem – facendo ben sperare per un’inversione di tendenza almeno nell’ultimo trimestre dell’anno», quando si conosceranno i risultati aziendali per il 2009.

Nel dettaglio, secondo le elaborazioni dei ricercatori Sda Bocconi, il 2008 aveva fatto segnare un aumento delle operazioni, +27%, e del loro valore, +40% di investimenti in leveraged buy out, a quasi 14,7 mld di euro in termini di enterprise value. Si tratta di numeri migliori della media europea (-19% operazioni, -60% valori investiti). Le operazioni senza utilizzo di leva sono cresciute del 334% come equity investito, per un totale di 2,64 mld. Per Conca, la dinamica italiana è stata migliore di quella europea almeno in parte grazie alla «minore sofferenza del sistema bancario, che pare aver sostenuto le operazioni di lbo per tutto il 2008 con maggior efficacia rispetto a quanto avvenuto oltre frontiera».
Sempre lo scorso anno, il 76% delle operazioni di leveraged buy out si è concentrato nel mid market (valore d’impresa fra i 50 e i 250 mln) e nel lower mid market (fra i 10 e i 50 mln), con il 55% dei casi in società target con fatturato fra i 10 e i 100 mln.

Il valore delle operazioni è invece concetrato per il 64% nelle fasce large e big (oltre i 500 mln). Sono aumentate le cessioni ad investitori istituzionali, 46% dal 36% del 2007, e quelle ai soci, al 23% dal precedente 18%. In calo le vendite a imprenditori, 26% dal 29%, e le ipo (initial public offering, quotazioni sul mercato), al 5% dall’11%.

Nel primo semestre del 2009, secondo il private equity monitor, è sceso il numero delle operazioni di buy out, per la prima volta negli ultimi 5 anni sotto la soglia del 50% del mercato con 11 dei 23 investimenti registrati. Sono aumentate le operazioni di sviluppo (expansion), realizzate attraverso la sottoscrizione di quote di minoranza in aumento di capitale e la percentuale di interventi di turnaround (risanamento), al 9% contro il 6% dell’intero 2008. «La reazione del mercato italiano – commenta Del Giudice -, risulta in linea con quanto sta accadendo su tutte le principali piazze internazionali» ed è per lo più dovuta al clima di incertezza sull’andamento generale dell’economia, alla difficoltà di reperire capitale di debito per le acquisizioni e al fatto che gli operatori si concentrano sulla gestione delle aziende in portafoglio.

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