“Desertec” e “Medgrid” in data da destinarsi

di Liliana Adamo

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La Guerra in Libia e le rivolte arabe hanno frenato due grandi progetti d'integrazione elettrica con il Mediterraneo in attesa di tempi migliori.

I primi sono stati i tedeschi e la scelta è ricaduta addirittura sul Deserto Occidentale, il Sahara; un universo minerale che ha fecondato un intero continente, serbando ricchezze straordinarie. Ed è questo Sahara (più di nove milioni di chilometri quadrati “di terra poco costosa” come riporta – tout court – l’esplicitazione), oggetto d’attenzione per alcune grandi multinazionali.

Libia, Marocco, forse Algeria sarebbero i Paesi confluiti nel polo attuativo per fucinare l’imponente cartello energetico europeo. Venti aziende tedesche, tra cui Muenchner Rueck, colosso assicurativo, Siemens, Deutsche Bank e Rwe, secondo produttore tedesco per l’energia elettrica, erano pronti a stanziare 400 miliardi di euro per la costruzione di centrali elettriche solari in pieno Sahara, dove l’irradiamento per metro quadrato è 2,7 volte più elevato rispetto a quello europeo.

Alla mega iniziativa, denominata “Desertec”,  l’Italia avrebbe fatto la sua parte, (con Enel Green Power e Terna), in maniera del tutto marginale. Molto più tempestiva la Francia, che ha prontamente risposto con l’approvvigionamento energetico nel Mediterraneo e un progetto correlato, “Medgrid“.

Il potente irradiamento solare, diretto a grandi superfici riflettenti, sarebbe stato usato per surriscaldare un particolare lubrificante, il cui calore una volta trasformato in vapore, avrebbe attivato le turbine delle centrali; riproducendo, a grandi linee, la medesima tecnologia solare installata vent’anni fa nel deserto californiano del Mojave (dove, secondo Sven Moormann, della Solar Millenium, gli specchi funzionano ancora come nel giorno della loro collocazione).

Qualora il progetto teutonico, insieme a quello francese, fosse andato in porto, un’enorme distesa di pannelli avrebbe occupato gran parte del Sahara per fornire all’Europa energia elettrica in percentuale del 20% del suo fabbisogno complessivo. «Per contribuire efficacemente alla lotta contro i cambiamenti climatici e per le nostre economie che hanno bisogno di nuovi impulsi», secondo Thorsten Jeworrek, presidente della Muenchner Rueck, auspicando la prima fornitura in Germania, entro dieci anni.

Oggi più che mai, dopo il palese fallimento delle centrali nucleari, l’Europa, necessita d’energia e ha impellenza d’averne, approntando a nuove fonti in un continente dove gran parte della popolazione non sa neanche cosa sia l’elettricità. Andree Bohling di Greenpeace e Regine Gunther, esperta di cambiamenti climatici, esponente di spicco del WWF in Germania, hanno già approvato la mozione “Desertec” in collaborazione con quella francese “Medgrid”. «Si va nella giusta direzione», importante che l’Africa ne tragga il suo tornaconto.

Ma se la mega operazione ha subito un freno, prendendo tempo dalla crisi libica e dalle volubilità nel mondo arabo, da più parti ci si domanda sul prezzo pagato all’impatto ambientale nella realizzazione e la manutenzione di un progetto di tali dimensioni. Secondo Hermann Scheer, socialdemocratico, strenuo sostenitore dell’energia verde (mancato improvvisamente l’ottobre scorso), le operazioni “Medgrid” e “Desertec”, a cavallo tra business schietto e green economy, sono totalmente superflue. Perché occupare (letteralmente), milioni di chilometri quadrati, circa nove, mentre sono sufficienti trecentomila chilometri quadrati per soddisfare l’intero fabbisogno energetico mondiale? Basterà dotare di pannelli fotovoltaici l’intero sistema edilizio tedesco e di altri paesi d’Europa.