La Tobin Tax nell’agenda europea

di Barbara Weisz

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La Commissione di Bruxelles la propone nel bilancio 2014-2020. Trichet avverte: effetti temibili. La storia di un tassa molto discussa e mai applicata

Tobin Tax: un’invenzione di un premio Nobel degli anni ’70, tornata prepotentemente nel dibattito politico economico a cavallo del nuovo millennio come bandiera del movimento no global e ora finita nell’agenda delle istituzioni. Per la verità i “grandi” sono tornati a parlarne parecchio negli ultimi anni, dopo lo scoppio dell’ultima crisi. Il dibattito, ora, è ai massimi vertici europei: la Commissione di Bruxelles vuole introdurla, insieme alla “nuova iva” continentale, per incrementare le risorse del bilancio comunitario. Il banchiere centrale di Francoforte, Jean Claude Trichet, si dice contrario.

«Potrebbe portare a risultati molto temibili» avverte il presidente della Bce (che in novembre sarà sostituito da Mario Draghi), in particolare «bisogna essere molto prudenti quando si parla di un provvedimento che non sarebbe applicato a livello gobale».

Un’argomentazione, quest’ultima, che si potrebbe definire «classica, e che sicuramente poggia su una forte base di ragionamento. La Tobin Tax, come probabilmente tutti sanno, è un’imposta sulle transazioni finanziarie. L’obiezione relativa ai rischi di applicarla in un solo paese o in una sola area del mondo, è quella di provocare una sorta di fuga di capitali e investitori verso altre zone, ad esempio l’Asia.

Il dibattito prevedilmente proseguirà, in sede di Consiglio e di Parlamento europeo, con la discussione della proposta di Bilancio 2014-2020 di cui fa parte. Un provvedimento, quest’ultimo, che prevede tutta una serie di altri punti importanti, per un totale di oltre mille miliardi di euro di finanziamenti (circa l’1,05% del pil europei) e 971 miliardi di pagamenti.

Ma il capitolo relativo alla Tobin Tax è interessante soprattutto per la storia di questa imposta. Che fra l’altro, anche a causa della “politicizzazione” di cui è stata rivestita negli anni dei no global (nacque un’associazione, Attac, con lo specifico compito di promuoverla), ha in qualche modo cambiato significato. L’idea originaria di James Tobin, premio nobel per l’Economia nell’81, la propose nel ’72 solo in relazione alle operazioni in valuta straniera, con il preciso scopo di scoraggiare la specualazione sui mercati valutari.

I no global applicarono invece i concetto a tutte le transizioni finanziarie. E in questa nuova accezione se ne parla ancora oggi. Negli ultimi anni sono state diverse le prese di posizione, anche eccellenti e soprendenti, in favore della Tobin Tax. Fece molto scalpore, nell’estate del 2009, quella di Lord Adair Turner, il presidente della Fsa, la Consob britannica. Nel settembre dello stesso anno Dani Rodrik, docente di economia politica di Harvard, scrisse sul Sole 24Ore che un tale pronunciamento da parte di un “importante esponente” della finanza anglo americana era «qualcosa che non avrei mai pensato di vedere». Un commento che esprimeva la sorpresa, non la contrarietà all’imposta, che anzi veniva poi valutata nei suoi pro e contro con grande equilibrio.

Ma in effetti, se la Gran Bretagna tradizionalmente, insieme agli Usa, era fra i più acerrimi nemici della Tobin Tax (sono i paesi in cui hanno sede due della prinipcali piazze finanziarie mondiali), ultimamente anche da Londra sono arrivate prese di posizione diverse. L’ex premier Gordon Brown si espresse favorevolmente al G20 del novembre 2009 a Pittsburgh, in accordo con il sostenitore numero uno della proposta, il presidente francese Nicholas Sarkozy. Anche la Germania è tendenzialmente d’accordo, mentre a livello internazionale permane lo scetticismo americano.

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