Negli scorsi mesi ha fatto discutere l’ipotesi di consentire all’Agenzia delle Entrate un accesso più ampio ai dati dei conti correnti, includendo informazioni come il saldo, per rendere più efficaci le procedure di riscossione. Un’ipotesi che aveva incontrato il secco no del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
Oggi quel dibattito torna di attualità, in una forma diversa. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha infatti stabilito che anche le regole attualmente in vigore sull’accesso del fisco ai conti correnti sono incompatibili con la Convenzione europea, perché attribuiscono all’amministrazione finanziaria un’eccessiva discrezionalità nei controlli, senza adeguate garanzie per il contribuente.
Nel valutare il ricorso, la Corte ha ritenuto che il quadro normativo italiano attribuisca all’Agenzia delle Entrate poteri troppo ampi nell’accesso alle informazioni bancarie, senza un sistema di garanzie adeguato per bilanciare l’interesse pubblico con i diritti fondamentali dei contribuenti.
La sentenza non blocca i controlli fiscali sui conti correnti ma impone un ripensamento delle modalità con cui vengono avviati: troppo spazio alla discrezionalità dell’amministrazione, poche garanzie preventive per il contribuente e tutele che scattano solo quando l’accertamento è già in corso.
Perché la Corte UE boccia i controlli del fisco italiano
Il nodo centrale individuato nella sentenza è l’assenza di un controllo preventivo da parte di un’autorità indipendente. Le norme italiane consentono all’amministrazione finanziaria di richiedere dati bancari senza dover ottenere una previa autorizzazione esterna, lasciando il bilanciamento tra esigenze di accertamento e tutela della privacy alla sola valutazione dell’ufficio.
È vero che la normativa non prevede un accesso automatico e indiscriminato ai conti correnti e che esistono procedure formali da rispettare. Tuttavia, secondo la Corte, queste procedure non garantiscono una tutela effettiva dei diritti riconosciuti dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che protegge la vita privata e la riservatezza delle informazioni personali.
In particolare, viene censurata l’impossibilità per il contribuente di contestare in via preventiva l’accesso ai propri dati bancari o di sottoporre il controllo a una valutazione indipendente prima che vengano avviate le verifiche fiscali.
Cosa cambia per i contribuenti italiani
Nel concreto, la sentenza non sospende né annulla i controlli sui conti correnti, che restano pienamente legittimi nell’ordinamento italiano. Tuttavia, rafforza in modo significativo la posizione dei contribuenti, perché afferma un principio chiaro: l’accesso ai dati bancari incide sulla sfera privata e deve essere accompagnato da garanzie più stringenti.
Affinché il rafforzamento dell’azione di contrasto all’evasione non avvenga a discapito dei diritti fondamentali, l’Italia è ora chiamata a rivedere il proprio assetto normativo, introducendo procedure più stringenti, obblighi di motivazione rafforzati e strumenti di tutela anticipata per i contribuenti.
In particolare, la Corte evidenzia la criticità di un sistema che consente al Fisco di acquisire informazioni bancarie senza il vaglio preventivo di un’autorità indipendente e senza una motivazione puntuale e verificabile. Questo significa che, d’ora in avanti, ogni richiesta di accesso ai conti correnti effettuata con criteri generici o esplorativi potrà essere più facilmente contestata dal contribuente in sede di ricorso.
Non nasce quindi un nuovo diritto automatico a impugnare il controllo prima dell’accertamento ma si apre uno spazio difensivo più ampio: la legittimità stessa dell’accesso ai dati bancari diventa un elemento centrale da valutare, anche ai fini dell’annullamento degli atti successivi. Una pressione che, nel medio periodo, potrebbe spingere il legislatore e l’amministrazione finanziaria a rivedere norme e prassi operative.
Nel medio periodo, la pronuncia potrebbe spingere il legislatore e l’Agenzia delle Entrate a rivedere prassi operative e criteri di accesso ai dati bancari, per allinearli agli standard europei di tutela della privacy.
In un contesto in cui il tema dell’accesso ai dati finanziari è tornato centrale nel dibattito pubblico, la pronuncia della Corte europea segna un punto fermo: l’efficacia dei controlli non può prescindere da garanzie chiare, proporzionate e verificabili per i contribuenti.