Brexit, le conseguenze per l’Italia

di Barbara Weisz

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Mercati a picco, Borse sotto shock, Sterlina debole, effetti domino sulle esportazioni, rischi per il turismo: tutte le conseguenze sull'Italia nel dopo Brexit.

Il problema più immediato è di ordine finanziario con le Borse che crollano, ma nel medio periodo bisognerà fare i conti con le altre conseguenze della Brexit, che per le imprese italiane si riflettono in primis sull’Export e sulle strategie di  aziende con delocalizzazioni in Gran Bretagna. In vista, sostanziali cambiamenti anche per gli Italiani che lavorano oltre Manica, i quali perdono i vantaggi riservati ai cittadini comunitari. Ma tutto questo si risolverà nel tempo con normative e trattati ad hoc, nel frattempo tutti possono stare tranquilli.

Al di là al terremoto politico con le dimissioni di Cameron, lo scossone vero al momento è quello finanziario. Se le Borse crollano, la Sterlina precipita: Piazza Affari ha fatto fatica ad aprire, i titoli del paniere principale, il FTSE Mib, hanno avuto difficoltà a fare prezzo. Apertura a -11% (difficile trovare un precedente), tutti gli indici europei lasciano sul terreno almeno il 5-6%. Titoli finanziari in caduta libera, a Milano le banche lasciano sul terreno quasi il 20%.

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Spettro crisi

Dunque, il primo vero impatto della Brexit riguarda i mercati e sarebbe un errore sottovalutarlo: ma davvero si rischierebbe una nuova crisi finanziaria, paragonabile a quella seguita al crollo di Lehman Brothers? E’ questa la domanda che  preoccupa tutti.

L’Europa da qualche anno è impegnata in un’opera di rafforzamento del sistema bancario, che metta gli istituti finanziari nelle condizioni di resistere agli shock. Gli effetti  Brexit sul sistema finanziario europeo si vedranno  nei prossimi giorni: il settore riuscirà a sollevarsi? C’è il rischio di una nuova crisi mondiale? La vera domanda è questa e riguarda l’effetto sistemico della Brexit. In gioco, c’è la sopravvivenza dell’Europa (anche della moneta unica?).

=> Brexit, analisi e prospettive finanziarie

Delocalizzaione

Nel frattempo, si fa i conti con le questioni che si aprono nell’immediato. Il problema numero uno per le imprese è certamente rappresentato dalla Sterlina. Per chi ha filiali in Gran Bretagna, o comunque lavora in sterline, significa pagare di più le materie prime.

Esportazioni

Ma per tutte le imprese che esportano in Euro, significa  uno svantaggio competitivo, in primo luogo sul fronte delle esportazioni in Gran Bretagna, in secondo luogo sui mercati internazionali rispetto alla concorrenza britannica. Uno studio Nomisma segnala che per l’Italia:

«il Regno Unito pesa per il 5,4% dell’Export, quasi tutto è composto da prodotti del manifatturiero. Considerando i singoli comparti, si va dal minimo di 0,2% del tabacco al massimo del 13% delle bevande e del 10% dei mobili». Secondo S&P l’Italia è comunque fra i paesi europei meno esposti alla Brexit (al 19esimo posto su una classifica di 20 paesi).

Tornando all’analisi Nomisma, la regione italiana più esposta è la Basilicata, che esporta in Gran Bretagna il 16% del totale, a causa soprattutto della Jeep Renegade prodotta negli stabilimenti di Melfi. Seguono il manifatturiero dell’Abruzzo (10,6% di esportazioni verso la Gran Bretagna, per €778 mln) e l’agricoltura e pesca della Campania (12,6% e €55 mln).

Turismo

Non si escludono ripercussioni sul fronte del turismo: la Gran Bretagna è il quarto mercato di provenienza in Italia, con 3,1 milioni di arrivi e 11,9 milioni di presenze; i turisti britannici sono gli Europei che spendono di più in termini di spesa giornaliera pro-capite (123 euro al giorno). Bisognerà dunque vedere quali saranno gli effetti della Brexit sia sui loro arrivi sia sul loro potere d’acquisto.