Il Governo Conte e la sfida dell’Economia

di Barbara Weisz

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Il Governo Conte a maggioranza M5S - Lega rasserena i mercati lasciando alle spalle la tempesta spread, resta vivo il dibattito internazionale sulla politica economica ed europea dell'Italia: le sfide per l'esecutivo ed il ruolo di Tria e Savona.

Le politiche economiche del Governo Conte sono state al centro della sua complicata formazione e continueranno a essere cruciali, non solo per l’ovvia considerazione legata al sostegno alla crescita della seconda potenza industriale d’Europa, ma anche per la peculiarità che caratterizza l’esecutivo.

La stampa internazionale, con toni più o meno misurati, mette in luce l’elemento anti-sistema che lo caratterizza. Il New York Times titola sui populisti al Governo e definisce M5S e Lega «profondamente contrari a Unione Europea, moneta unica, e immigrazione”, il Wall Street Journal definisce euroscettico il nuovo Governo italiano, il britannico Guardian caratterizza l’esecutivo italiano sottolineando che è formato dai leader populisti, il francese Le Monde punta invece sull’uscita dalla crisi rappresentata dalla formazione del Governo e sulla sostituzione dell’euroscettico Paolo Savona con Giuseppe Tria, professore favorevole alla permanenza nell’euro”.

Si tratta dei temi che hanno fatto da cornice alla formazione del Governo, che nasce a tre mesi dal voto del 4 marzo e che, nell’ultima settimana, ha visto parecchi colpi di scena. E sui quali i primi a fornire rassicurazioni sono i due partiti che formano la maggioranza di Governo, che negli ultimi giorni hanno sottolineato a più riprese che non c’è alcun programma di uscita dall’euro.

Europa ed Euro

La prima risposta concreta stata comunque la stessa formazione del Governo: passo indietro della Lega su Paolo Savona, al quale non è andato il ministero dell’Economia, assegnato invece a Giovanni Tria. Che ha una vision critica nei confronti dell’attuale rigidità dei parametri e delle politiche economiche europee, ma non ha mai sostenuto ipotesi di uscita dall’euro. Anzi. In un recente intervento sul Sole 24 Ore, firmato insieme a Renato Brunetta (economista, parlamentare di Forza Italia) ha scritto:

Cambiare insieme, come gioco strategico a somma positiva, è possibile e conviene. Uscire da soli significa pagare solo costi senza benefici. Ragioniamo sulle proposte in campo e cerchiamo soluzioni condivise da tutti i paesi membri dell’Unione europea, per percorrerle insieme piuttosto che usare la logica Brexit, per cui quando l’Europa non conviene o non piace più la si abbandona.

Anche perché, punto importante, il maggior pericolo per l’Eurozona, «è l’implosione, non l’exit».

C’è anche Paolo Savona in questo esecutivo, con l’incarico emblematico degli Affari Ue. Anche questo è un segnale inequivocabile: la linea politica dell’Italia nei confronti dell’Europa resta all’insegna del dibattito a 360 gradi sulla costruzione dell’Europa e dell’euro. Ma si tratta, appunto, di una linea politica, che mira di aprire un confronto con i partner comunitari, non di una scelta di gestione del Bilancio al di fuori dei parametri. Si può immaginare che l’Italia insisterà dunque con l’Europa, ad esempio, per lasciare fuori dai parametri gli investimenti produttivi, a stimolo dell’Economia, perseguendo del resto una linea abbondantemente praticata dai Governi precedenti (Renzi e Gentiloni).

Le sfide in atto

La reazione a caldo dei mercati è positiva: la Borsa di Milano regge molto bene, lo spread scende. La bufera è passata, dunque. Ma c’è stata, e lascerà il segno (i mercati non giocano a monopoli, spostano soldi veri). Anche questo è un elemento fondamentale dell’agenda di politica economica: l’importanza di una comunicazione corretta e consapevole del ruolo, anche e proprio con l’obiettivo di accompagnare adeguatamente politiche di cambiamento.

Nel programma di Governo M5S – Lega c’è il potenziamento del ruolo della BCE, la banca centrale europea, in linea con i poteri delle altre banche centrali del mondo, «per raggiungere un’unione monetaria adeguata agli squilibri geopolitici ed economici prevalenti e coerente con gli obiettivi dell’unione economica».

L’Italia, nei primi giorni di questa settimana, è stata “attaccata” dai mercati, che hanno speculato contro il debito sovrano del Paese. I mercati non solo esistono, ma sono parte fondamentale ed essenziale della costruzioni economica internazionale. Il ruolo della politica è di governarli con misure adeguate da tutti i punti d vista.

E’ da molte parti condivisa l’esigenza, soprattutto per l’Europa, di migliorare l’impianto di fondo su cui si basa l’economia dell’euro. L’Italia, che dopo la Grecia è il primo paese della moneta unica ad avere un Governo marcatamente di cambiamento, ha in questo senso un ruolo importante.

La sfida è a dir poco fondamentale. Ed è difficile. Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze del governo ellenico guidato da Tsipras, che si dimise all’indomani del referendum sul piano di salvataggio, in un’intervista al Corriere ha fatto notare, rispondendo a una domanda sul piano elaborato da Savona per l’uscita dall’euro, che il piano sull’Italexit ce l’hanno anche la BCE, la Germania, l’Italia. Ci mancherebbe che non ce l’avessero, potremmo aggiungere. Ma si tratta di questione tecniche.

La politica è un’altra cosa, e sia il modo in cui si gestisce sia quello utilizzato per comunicarla, a maggior ragione nel terzo millennio, e a maggior ragione da parte di forze che, della comunicazione, fanno un cavallo di battaglia, è importante. Una cosa è uno studio teorico che misura l’impatto di uno scenario, altra cosa è perseguire una politica economica.

Continuiamo a sottolineare che nel programma di Governo non c’è, e non c’è mai stata, l’ipotesi di uscire dall’euro. Ma anche il Governo deve continuare a sottolinearlo, in primo luogo deve farlo il ministero dell’Economia. Paola Savona, nei giorni in sui si dibatteva sull’opportunità di designarlo ministero dell’Economia, non l’ha fatto.

E qui sta la lezione di Sergio Mattarella. Il quale, invece, alla comunicazione è stato attento, eccome. Nell’annunciare il no alla lista dei ministri presentata domenica 27 maggio dal premier Giuseppe Conte, il presidente della Repubblica ha subito spiegato di non aver preso la decisione a cuor leggero. Una frase che sottolinea la consapevolezza relativa alle caratteristiche e al valore della scelta effettuata.

Cosa abbiamo imparato

Il modo in cui la vicenda si è conclusa dimostra, al di là di ogni possibile dubbio, che i margini di trattativa c’erano. Bisognava usarli prima, forse. Da parte di tutti. Comprese le autorità europee. E compresa l’informazione.

Il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, che secondo molti titoli di giornale aveva detto “Gli italiani lavorino di più e siamo meno corrotti”, in realtà aveva pronunciato parole ben più moderate:

gli italiani devono prendersi cura delle regioni povere dell’Italia. Questo significa più lavoro; meno corruzione; serietà. Li aiuteremo come abbiamo sempre fatto. Ma non si deve giocare a caricare di responsabilità l’Unione Europea. Un paese è un paese, una nazione è una nazione. I paesi vengono prima, poi viene l’Europa.

Contesto diverso, significato diverso. E’ certamente compito della stampa riferire in modo corretto ed esaustivo argomenti di politica internazionale, senza confonderli con toni eccessivamente scandalistici. Ma lo stesso discorso vale per Juncker, che ha rilasciato la dichiarazione nel ben mezzo di una bufera politico-istituzional-finanziaria che poteva suggerire più diplomazia, proprio per non prestare il fianco a semplificazioni distorsive, a maggior ragione dopo l’uscita, del suo ministro del Bilancio Guenther Oettinger, sul rapporto fra segnali che arrivano dai mercati e voto degli elettori. Anche quelle dichiarazioni sono state gonfiate (semplificate) dalla stampa, almeno pare, e comunque condannate dalle autorità Ue (dallo stesso Juncker), ma pur con tutti i distinguo, inadeguate allo standing che deve mantenere un ministro delle Finanze in un momento di fibrillazione.

Un’ultima considerazione, dichiaratamente maliziosa, relativa alla (già rilevata) scarsa presenza femminile nel Governo:  forse, fra le competenze delle donne, c’è una minor propensione alla muscolarità che di questi tempi andrebbe maggiormente valorizzata.

Per esempio: economiste degne della titolarità del ministero affidato infine a Tria proprio non ce n’erano?