La rivalutazione delle pensioni a partire dal 2026, stabilita con decreto MEF datato 19 novembre 2025 e pari a una percentuale dell’1,4%, non consentirà di recuperare la perdita del potere d’acquisto generata dall’inflazione del biennio 2022-2023.
Con la perequazione delle pensioni stabilita per il prossimo anno, infatti, gli aumenti previsti saranno minimi e, secondo il parere della Cgil, serviranno solo a versare IRPEF e addizionali. Quindi, l’impatto economico sui percettori sarà quasi nullo.
Come si evince dall’analisi tecnica degli uffici Previdenza della Cgil nazionale e dello Spi Cgil, gli aumenti medi sono estremamente bassi, tanto che non solo non si recupera davvero la perdita inflazionistica perchè i redditi continuano a essere insufficienti a contrastare il caro vita:
- pensione minima: +3,12 euro (da 616,67 a 619,79 euro);
- pensione 632 euro netti: +9 euro (641 euro);
- pensione 800 euro netti: +9 euro (850 euro);
- pensione 1.000 euro netti: +11 euro (1.011 euro);
- pensione 1.500 euro lordi: +17 euro netti.
È sempre la Cgil ad auspicare interventi strutturali per rafforzare e ampliare la quattordicesima mensilità e per estendere la no tax area per i pensionati.
L’importo esiguo degli aumenti rappresenta inoltre una delle principali motivazioni dello sciopero generale programmato per il 12 dicembre.