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Calcolo pensione: cos’è e come funziona il tasso di sostituzione

di Redazione PMI.it

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Nel calcolo della pensione bisogna determinare il tasso di sostituzione, per valutare il potere d'acquisto: cos'è, come si determina e gli effetti delle ultime riforme.

Il tasso di sostituzione è il rapporto percentuale fra la prima pensione e l’ultimo stipendio percepito prima del pensionamento. Si tratta di un parametro molto importate che consente ai futuri pensionati di capire quale sarà effettivamente il loro potere d’acquisto una volta terminata la vita lavorativa. Ad esempio coloro che accedono ad una delle forme di pensione anticipata, o che in generale vanno in pensione prima, hanno una rendita previdenziale minore di chi resta al lavoro più a lungo, quindi un tasso di sostituzione più basso. Vediamo in dettaglio che così il tasso di sostituzione, come si determina e come si utilizza, ad esempio per valutare la convenienza di aderire, ad esempio, ad un Fondo pensione.

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Calcolo pensione futura e tasso di sostituzione

Nel calcolo della pensione futura sono numerosi gli elementi che entrano in gioco, indipendentemente dalla misura previdenziale alla quale si accede. Il momento in cui si esce dal mondo del lavoro è determinante nel calcolo dell’assegno previdenziale essenzialmente per via di due fattori:

Tra gli argomenti di discussione degli ultimi anni, in tema di Riforma pensioni, c’è il fatto che le riforme degli ultimi decenni, come la Riforma Dini e la Riforma Fornero, hanno portato ad un drastico calo del tasso di sostituzione garantito dalla previdenza pubblica obbligatoria. Ad essere penalizzate sono ovviamente le nuove generazioni, sulle quali grava in particolare il passaggio al sistema di calcolo contributivo, in luogo del vecchio sistema retributivo.

Tasso di sostituzione ed effetti delle Riforme Pensioni

  • Il sistema retributivo, lo ricordiamo, un tempo, prima della Riforma Dini, arrivava a garantire un reddito ai pensionati con 40 anni di contributi fino all’80% degli ultimi stipendi percepiti prima della cessazione dal servizio.
  • Il sistema contributivo, invece traduce in pensione i contributi effettivamente versati, avvantaggiando i lavoratori con lunghe carriere e retribuzioni stabili, penalizzando le carriere intermittenti e precarie, oggi divenute pressoché la normalità, con ampi periodi di disoccupazione, gli autonomi e chi esce in anticipo, non potendo più compensare i minori versamenti con uno scatto della retribuzione negli ultimi anni di lavoro.

A tutto questo si aggiunge il fatto che con la Riforma Dini è stata soppressa l’integrazione al trattamento minimo per chi è entrato nel mondo del lavoro dopo il 31.12.1995. Ecco perché a oltre 20 di distanza da quella riforma si inizia a parlare di pensione di garanzia per i giovani, i precari e i discontinui.

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Il risultato, stando anche ai calcoli elaborati dalla Ragioneria generale dello Stato, è che il tasso di sostituzione all’età di vecchiaia scenderà notevolmente nel corso dei prossimi anni, quindi per alzare il tasso di sostituzione e garantirsi una pensione pari almeno al 70% dell’ultima retribuzione si dovranno accumulare molti più anni di contributi in futuro, e a quanto pare agli autonomi ed i commercianti andrà anche peggio rispetto ai dipendenti.

Tassi sostituzione

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Per colmare questo gap particolare attenzione viene posta sulla previdenza complementare, che però ancora oggi stenta a decollare, nonostante oggi lo Stato riconosca a chi investe in Fondi pensione alcune agevolazioni fiscali:

  • deduzione dei contributi versati, anche per conto di coloro che sono fiscalmente a carico, fino a 5.164 euro;
  • rendimenti tassati al 20%;
  • tassazione della pensione agevolata, con aliquota al 15% che si riduce fino al 9% al crescere degli anni di partecipazione alla previdenza complementare.