Reddito di cittadinanza, più frodi e lavoro nero?

di Redazione PMI.it

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La CGIA Mestre lancia l'allarme: il reddito di cittadinanza, così come attualmente formulato, rischia di andare ad incentivare il lavoro in nero.

Metà della spesa destinata a finanziare il reddito di cittadinanza rischia di finire nelle tasche di chi ha un lavoro in nero. Questo l’allarme lanciato dalla CGIA Mestre e condiviso dal presidente uscente dell’INPS, Tito Boeri, che ha duramente attaccato la manovra del Governo Conte anche su questo fronte. Si tratta di circa 3 miliardi di euro, visto che, per l’art. 1 commi 255-258 della Legge n. 145/2018, il “Fondo per il reddito di cittadinanza” avrà una dotazione per l’anno in corso pari a 7,1 miliardi di euro, di cui 1 miliardo destinato ai Centri per l’impiego e 10 milioni per il funzionamento di ANPAL Servizi Spa.

Il coordinatore dell’Ufficio studi CGIA Mestre, Paolo Zabeo, spiega:

A causa dell’assenza di dati omogenei relativi al numero di lavoratori in nero presenti in Italia che si trovano anche in stato di deprivazione, non possiamo dimostrare con assoluto rigore statistico questa tesi. Tuttavia, vi sono degli elementi che ci fanno temere che buona parte dei percettori del reddito di cittadinanza potrebbe ottenere questo sussidio nonostante svolga un’attività lavorativa in nero, sottraendo illegalmente alle casse dello Stato un’ingente quantità di imposte, tasse e contributi previdenziali. In altre parole, l’Amministrazione pubblica, al netto delle misure di contrasto previste, sosterrà con il reddito di cittadinanza un pezzo importante dell’economia non osservata.

Lavoro nero

Sulla base dei dati attualmente disponibili, i beneficiari del cosiddetto reddito di cittadinanza dovrebbero essere poco più di 4 milioni, pari a 1.375.000 nuclei familiari coinvolti. Secondo l’Istat, in Italia ci sono poco meno di 3,3 milioni di occupati che svolgono un’attività irregolare. sottraendo a tale numero i dipendenti e i pensionati che non hanno i requisiti per accedere a questa misura – pari, in linea di massima, a 1,3 milioni di unità – coloro che pur svolgendo un’attività irregolare potrebbero, in linea teorica, percepire questa misura sarebbero 2 milioni, ovvero la metà dei potenziali aventi diritto.

Secondo le stime della CGIA Mestre le regioni più a rischio sono:

  • la Calabria che, secondo gli ultimi dati disponibili (anno 2016), presenta 140.700 lavoratori in nero con un’incidenza percentuale del valore aggiunto da lavoro irregolare sul PIL regionale pari al 9,4%, contro una media nazionale del 5,1%;
  • la Campania, con 372.600 unità di lavoro irregolari e un’incidenza sul PIL regionale dell’8,6 per cento;
  • la Sicilia, con 303.700 irregolari e un peso dell’economia sommersa su quella complessiva pari all’ 8,1%.