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Rapporto INPS 2026, occupazione record e salari ancora sotto l’inflazione

di Anna Fabi

10 Luglio 2026 10:11

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Assicurati a 27,2 milioni e conti in attivo: il recupero dei salari reali e le pensioni di domani dipendono dalla qualità e dalla continuità del lavoro

Il mercato del lavoro italiano non è mai stato così ampio e i conti della previdenza pubblica reggono, eppure la tenuta del sistema nei prossimi anni si gioca sulla qualità del lavoro, sulla continuità dei versamenti e sulla partecipazione di giovani, donne e stranieri. È la lettura che attraversa il XXV Rapporto annuale dell’INPS, presentato il 9 luglio 2026 alla Camera dei deputati dal presidente Gabriele Fava alla presenza della ministra del Lavoro Marina Calderone.

Per imprese e professionisti il messaggio ha un risvolto diretto: la base contributiva che finanzia le pensioni di domani dipende dalla capacità del tessuto produttivo di creare lavoro stabile e ben retribuito, e oggi quella base poggia su una porzione ristretta di aziende.

I dati principali del XXV Rapporto annuale INPS:

  • gli assicurati INPS salgono a 27,2 milioni nel 2025, 244mila in più sul 2024 e 1,7 milioni sul 2019 (+6,8%);
  • la retribuzione media annua lorda dei dipendenti è di 27.649 euro, il 14,5% in più sul 2019 e il 3,6% sull’anno precedente;
  • i contributi sociali raggiungono 273 miliardi di euro, oltre 10 miliardi in più del 2024;
  • i pensionati sono 16,4 milioni e l’ammontare complessivo delle pensioni tocca 371 miliardi;
  • l’età media di decorrenza di vecchiaia e anticipate per i dipendenti sale a 64,7 anni, contro i 64,5 del 2024.

Occupazione ai massimi storici e assicurati oltre 27 milioni

Nel 2025 gli assicurati INPS raggiungono 27,2 milioni, il livello più alto mai registrato, con 244mila lavoratori in più rispetto al 2024 e 1,7 milioni rispetto al 2019. La crescita si concentra dove il mercato del lavoro era più debole: tra il 2019 e il 2025 gli under 34 aumentano del 12,4%, le donne del 7,8% e i lavoratori extra UE del 35,5%, tanto che oggi un dipendente su sette è straniero. I dipendenti superano per la prima volta i 21 milioni, il 10,3% in più rispetto al 2019, mentre il numero medio di settimane lavorate sale a 43,2, segnale di percorsi più stabili.

Dietro il record si nasconde però una spinta anagrafica: buona parte della nuova occupazione arriva dagli over 55, passati da 6 a 7,6 milioni di assicurati, rimasti al lavoro più a lungo anche per effetto dell’innalzamento dell’età pensionabile.

Salari in crescita e potere d’acquisto ancora sotto l’inflazione

La retribuzione media annua lorda dei dipendenti sale a 27.649 euro, il 14,5% in più rispetto al 2019, un aumento che però non recupera ancora l’inflazione accumulata nel biennio 2022-2023. Il quadro cambia guardando al netto: per effetto di detrazioni e nuove esenzioni le retribuzioni nette crescono del 19,2% dal 2019, avvicinandosi all’aumento dei prezzi del periodo, compreso tra il 18,2% dell’indice FOI e il 20,5% dell’IPCA.

Il recupero pieno del potere d’acquisto sul lordo dipende dalla produttività, a sua volta legata a investimenti, formazione e qualità delle imprese. Nel confronto internazionale l’Italia figura tra gli ultimi dell’area OCSE per dinamica dei salari reali, un divario che il Rapporto collega alla struttura del tessuto produttivo.

Pensioni più tardive e divario di genere ancora ampio

L’età media di decorrenza di vecchiaia e anticipate per i dipendenti sale a 64,7 anni nel 2025, contro i 64,5 del 2024, per effetto della transizione verso il sistema contributivo che spinge a prolungare la permanenza al lavoro. Per i soli dipendenti privati l’uscita è slittata di oltre sette anni dal 1995, da 57 anni e 7 mesi a 64 anni e 10 mesi.

I pensionati sono 16,4 milioni, il 96% con almeno una prestazione INPS e un importo medio di 1.906 euro, per un ammontare complessivo di 371 miliardi di euro. Il divario di genere rimane ampio: l’assegno medio maschile è di 2.166 euro contro i 1.619 delle donne, che pure sono la maggioranza dei pensionati e incassano solo circa il 44% del reddito pensionistico totale. I nuovi trattamenti liquidati scendono a circa 1,5 milioni (-1,8%), con il calo concentrato sulle pensioni anticipate e sulle prestazioni ai superstiti, mentre le pensioni di vecchiaia sono invariate.

Sul fronte assistenziale cresce l’indennità di accompagnamento, il cui stock è più che raddoppiato tra il 2002 e il 2026, da circa 1 milione a quasi 2,2 milioni di prestazioni, per l’invecchiamento della popolazione e la maggiore sopravvivenza: un andamento che riporta al centro la gestione del rischio di non autosufficienza. Le opzioni di uscita flessibile si sono ridotte e i requisiti per la pensione nel 2026 sono fermi ai livelli ordinari, in attesa degli adeguamenti alla speranza di vita dal 2027.

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Assegno Unico, Bonus Asilo Nido e occupazione delle madri

I trasferimenti monetari alle famiglie sostengono la natalità e incidono poco sul lavoro femminile, mentre i servizi si mostrano più efficaci nel tenere le madri occupate. L’Assegno Unico e Universale ha raggiunto nel 2025 una copertura vicina al 95%, oltre 6 milioni di nuclei e 10 milioni di figli per circa 20 miliardi l’anno, con effetti positivi sulla probabilità di un secondo figlio in alcuni gruppi.

Più netto l’effetto dei servizi sul lavoro. Il Bonus Asilo Nido è passato da un utilizzo del 4% nel 2017 a oltre il 35% nel 2025 e aumenta del 17% la probabilità di occupazione tra le madri beneficiarie, anche se le famiglie a basso reddito, pur avendo diritto a importi più alti, lo usano meno. Ancora più forte l’impatto dello smart working, che secondo il Rapporto riduce fino all’87% la penalizzazione di carriera legata alla maternità e alza le retribuzioni fino a 1.300 euro nell’anno successivo alla nascita.

La base contributiva poggia su poche imprese

La crescita dell’occupazione è fortemente concentrata: nel 2025 appena l’1% delle imprese ha generato il 60% dei nuovi posti di lavoro, mentre le microimprese, che sono l’86% del totale, occupano il 23% dei dipendenti. Per la previdenza è un dato che conta, perché la solidità dei conti dipende da quante aziende creano lavoro stabile e continuativo.

Cambia anche la composizione del lavoro autonomo: gli iscritti alla Gestione Separata crescono del 17% rispetto al 2022, con più professionisti e collaboratori, mentre arretra il lavoro autonomo tradizionale. La lettura del Rapporto sposta così il baricentro del dibattito previdenziale dalle regole di uscita alla qualità e alla continuità dell’occupazione, un terreno che chiama in causa direttamente imprese e politiche del lavoro.

Il presidente dell’INPS Gabriele Fava ha legato la solidità del sistema alla qualità del lavoro: «La pensione non inizia il giorno in cui una persona lascia il lavoro», comincia molto prima, nel primo contratto e nella continuità dei versamenti. La ministra Marina Calderone ha ribadito che «il lavoro è la prima infrastruttura della dignità», oltre che della libertà e della sostenibilità del Paese.