Nel 2024 l’Italia ha perso quasi 21mila giovani laureati nella fascia 25-34 anni: secondo il Rapporto annuale Istat 2026, gli espatri di italiani con almeno una laurea sono stati 25mila, contro poco più di 4mila rimpatri. Il dato misura una frattura che attraversa università, imprese e mercato del lavoro: il Paese forma capitale umano qualificato, fatica a trattenerlo e intanto mantiene una quota di giovani laureati ancora molto inferiore alla media europea.
In sintesi:
- nel 2024 sono espatriati 25mila giovani italiani laureati tra 25 e 34 anni;
- i rimpatri di giovani laureati si sono fermati a poco più di 4mila unità;
- la perdita netta sfiora 21mila giovani altamente istruiti in un solo anno;
- nel 2023 il saldo positivo dei laureati stranieri ha superato 19mila unità;
- tra i giovani 20-34enni residenti in Italia, solo il 25,1% possiede un titolo terziario.
- Laureati all’estero, saldo negativo di quasi 21mila giovani
- Il contributo dei laureati stranieri attenua il deficit
- Pochi laureati rispetto alla media europea
- Diploma e lavoro immediato riducono la platea universitaria
- Il lavoro dei giovani qualificati arriva più tardi
- Sovraistruzione e contratti deboli svalutano il titolo
- Il Mezzogiorno perde talenti su due direttrici
- Il costo industriale della fuga dei talenti
Laureati all’estero, saldo negativo di quasi 21mila giovani
Il saldo migratorio dei laureati italiani nella fascia 25-34 anni è fortemente negativo: nel 2024 gli espatri hanno superato i rientri di quasi 21mila unità. Il Rapporto annuale Istat 2026 collega il fenomeno all’erosione di capitale umano con competenze elevate, proprio nella fascia d’età in cui si costruiscono carriera, specializzazione professionale e produttività futura.
La fotografia è più severa rispetto al 2023, quando la perdita netta di giovani laureati italiani era stata pari a circa 16mila unità. Il nuovo dato conferma una traiettoria che riguarda il sistema produttivo nel suo insieme: emigrazione giovanile in Italia, denatalità e bassa capacità di attrazione dei profili qualificati si sommano nello stesso bilancio.
| Indicatore | Dato | Lettura per il mercato del lavoro |
|---|---|---|
| Giovani laureati italiani espatriati | 25mila nel 2024. | Capitale umano formato in Italia viene impiegato da altri mercati. |
| Giovani laureati italiani rientrati | Oltre 4mila nel 2024. | Il rientro non compensa le uscite di profili qualificati. |
| Saldo netto dei laureati italiani | Quasi -21mila nel 2024. | La perdita annua incide su competenze, innovazione e ricambio professionale. |
| Saldo dei laureati stranieri | Oltre +19mila nel 2023. | L’immigrazione qualificata attenua il deficit, con dati ancora parziali sul 2024. |
Il contributo dei laureati stranieri attenua il deficit
Il saldo dei giovani laureati stranieri offre una compensazione parziale alla perdita italiana. Istat segnala che nel 2023, ultimo anno con informazioni disponibili sul livello di istruzione dei cittadini stranieri, l’Italia ha registrato un saldo positivo superiore a 19mila giovani stranieri laureati, a fronte della perdita netta di circa 16mila italiani con titolo analogo.
Il bilancio complessivo del capitale umano qualificato nel 2023 è risultato quindi positivo per oltre 3mila unità, grazie all’ingresso di giovani stranieri con titolo terziario. Il dato, però, presenta un limite: le informazioni sul titolo di studio dei cittadini stranieri derivano da autocertificazioni in sede di iscrizione anagrafica e possono avere margini di imprecisione rispetto ai titoli conseguiti in Italia.
Pochi laureati rispetto alla media europea
Il deficit di laureati nasce prima della partenza per l’estero. Secondo Istat, nel 2024 i giovani residenti in Italia tra 20 e 34 anni sono 9 milioni e 101mila: il 17,5% ha al massimo un titolo secondario inferiore, il 57,5% un diploma e solo il 25,1% un titolo terziario.
Il divario con l’Unione europea è ampio: la quota italiana di giovani laureati è inferiore di 11,3 punti alla media Ue27. La perdita di laureati verso l’estero aggrava quindi una base già ridotta, con effetti diretti sulla disponibilità di profili qualificati per imprese, ricerca, pubblica amministrazione e servizi avanzati.
Diploma e lavoro immediato riducono la platea universitaria
Il mancato proseguimento degli studi incide sulla dimensione futura del bacino di laureati. Nel 2024, il 60,7% dei giovani con un diploma che consente l’accesso a un corso terziario non ha mai intrapreso un percorso di studio di livello più elevato.
La motivazione principale è la volontà di iniziare subito a lavorare, indicata da oltre sei diplomati su dieci. Seguono ragioni economiche, motivi familiari e personali, convinzione che l’istruzione già ricevuta sia sufficiente e, in misura minore, caratteristiche dell’offerta formativa come corsi poco attrattivi o test di ingresso ritenuti troppo difficili.
Il lavoro dei giovani qualificati arriva più tardi
La transizione tra studio e lavoro in Italia è più lenta rispetto alla media europea, soprattutto per chi possiede un titolo medio o alto. Istat rileva che, tra i giovani 20-34enni usciti dai percorsi di istruzione e formazione, il tasso di occupazione sale al 70,2%, raggiungendo l’82,2% tra chi ha un titolo terziario.
Il vantaggio della laurea esiste, però arriva in un mercato meno rapido nell’assorbire profili qualificati. Tra i laureati che hanno conseguito il titolo da non più di tre anni, il tasso di occupazione italiano è pari al 74,2%, contro l’84,9% della media Ue27. Il divario si riduce con il tempo, ma segnala un ingresso più lento proprio nella fase iniziale della carriera.
Sovraistruzione e contratti deboli svalutano il titolo
La sovraistruzione è uno degli indicatori più chiari della difficoltà italiana nel valorizzare i percorsi formativi. Nel 2024, il 24,8% dei giovani laureati occupati o con una precedente esperienza lavorativa dichiara di svolgere o di aver svolto una professione per la quale sarebbe bastato un titolo più basso.
Il fenomeno cresce nelle forme di lavoro più fragili: tra i laureati, la sovraistruzione arriva al 43,1% nei contratti di collaborazione o prestazione occasionale e al 29,5% tra i dipendenti a termine. La percezione di un titolo poco remunerato e poco utilizzato alimenta la scelta dell’estero, dove stipendi, stabilità e percorsi di carriera risultano spesso più attrattivi.
Il Mezzogiorno perde talenti su due direttrici
Il Mezzogiorno subisce una perdita di capitale umano sia verso l’estero sia verso il Centro-Nord. Nel 2024, poco meno di 39mila giovani italiani tra 25 e 34 anni si sono trasferiti dal Sud verso le regioni centro-settentrionali, a fronte di circa 13mila movimenti nella direzione opposta.
La frattura aumenta tra i laureati: 22mila giovani altamente qualificati hanno lasciato le regioni meridionali per il Centro-Nord, mentre circa 6mila hanno compiuto il percorso inverso. La perdita netta è pari a 16mila laureati. Nello stesso anno tutte le regioni meridionali registrano saldi negativi dei giovani laureati, sia verso l’estero sia verso il resto del Paese.
Il costo industriale della fuga dei talenti
La fuga dei laureati riduce il bacino di competenze disponibile per imprese, filiere innovative, ricerca applicata e servizi professionali. Il problema riguarda soprattutto i settori che richiedono profili STEM, competenze digitali, capacità manageriali e specializzazioni tecniche avanzate.
Il collegamento con la crisi demografica e la fuga dei talenti rende il dato Istat ancora più rilevante per il sistema produttivo. Meno giovani laureati disponibili significa minore ricambio nelle imprese, più difficoltà nel coprire posizioni qualificate e una pressione crescente sulla produttività, già debole nel confronto europeo.