L’Unione Europea cambia strategia sui semiconduttori. La Commissione ha presentato il Chips Act 2, la nuova proposta che sposta l’obiettivo dalla capacità produttiva alla domanda: appalti pubblici orientati all’innovazione, contratti di acquisto a lungo termine, meccanismi di aggregazione della domanda e requisiti di sicurezza strategica per creare un mercato di sbocco ai chip prodotti in Europa. Il piano mobilita fino a 120 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati entro il 2035 e punta a ridurre la dipendenza del continente da Stati Uniti e Asia.
Che cosa prevede il Chips Act 2.0
Il cuore della proposta sono i Demand Accelerators, strutture permanenti pensate per mettere in contatto i produttori europei di semiconduttori con i grandi utilizzatori industriali — automotive, difesa, cloud, intelligenza artificiale e telecomunicazioni — così da trasformare la domanda potenziale in ordini effettivi. Attorno a questo perno ruotano gli appalti pubblici orientati all’innovazione, usati come leva per sostenere startup e scale-up del settore, e i contratti di acquisto a lungo termine che danno ai produttori la prevedibilità necessaria a investire.
Il regolamento prevede anche tempi più rapidi per le autorizzazioni, con approvazioni entro un massimo di dodici mesi per i progetti rilevanti, e un collegamento diretto con le filiere del cloud e dell’IA, considerate il principale traino della domanda futura. Bruxelles motiva il cambio di rotta con l’espansione dei chip per l’intelligenza artificiale, che secondo le stime della Commissione rappresenteranno oltre il 70% del mercato dei semiconduttori entro il 2030.
Dalla produzione alla domanda, il cambio di rotta dell’UE
Il primo Chips Act, in vigore dal 2023, puntava tutto sull’offerta: 43 miliardi di investimenti e l’obiettivo di portare la quota europea al 20% della produzione mondiale di chip entro il 2030. Quel traguardo è apparso presto fuori portata, con la Corte dei conti europea che ne aveva già contestato il realismo e una quota produttiva del continente ancora sotto il 10%.
La correzione del 2026 parte da qui: gli impianti hanno bisogno di clienti prevedibili, non solo di incentivi alla costruzione. Per una startup fabless o per un produttore europeo la differenza è netta, perché un prototipo senza acquirente difficilmente diventa un prodotto industriale. Il Chips Act 2 prova a costruire quella domanda, lasciando però sullo sfondo la questione di quanti stabilimenti l’Europa riuscirà ad attrarre.
I 120 miliardi e il nodo del finanziamento
Sul piano delle risorse, il Chips Act 2 indica una mobilitazione fino a 120 miliardi di euro tra investimenti pubblici e privati entro il 2035, contro i 43 miliardi del primo piano. Tra i progetti allo studio c’è una possibile fonderia da circa 30 miliardi dedicata ai semiconduttori avanzati per l’IA e ai chip a 3 nanometri, con un finanziamento che coinvolgerebbe Commissione, Stati membri e partner privati.
Il nodo è la copertura. Nell’immediato la Commissione conta di usare risorse già disponibili nei programmi Horizon Europe e Digital Europe, almeno fino al 2028; i finanziamenti successivi dovranno però essere confermati nel prossimo bilancio pluriennale dell’UE, oggi al centro della trattativa tra gli Stati membri. È l’aspetto più fragile dell’impianto, perché senza risorse certe oltre il 2028 gli strumenti sulla domanda rischiano di fermarsi sulla carta.
Le ricadute per le imprese italiane
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Per il tessuto produttivo italiano la leva più interessante sono gli appalti pubblici. Usare la spesa pubblica per acquistare tecnologie europee può aprire un mercato a PMI innovative, startup fabless e fornitori della filiera, in settori dove l’Italia ha competenze, dall’automotive alla difesa. Sul fronte degli incentivi, il Paese si era già mosso con il credito d’imposta per i semiconduttori, pensato per la ricerca e lo sviluppo delle imprese del settore.
Sullo sfondo c’è la questione della dipendenza. L’Europa importa la quasi totalità dei chip più avanzati ed è esposta sia alle tensioni commerciali — come i dazi USA sui semiconduttori — sia alla concentrazione delle forniture in Asia. Non a caso l’Italia ha cercato intese sulle materie prime, come quella con la Corea del Sud sui minerali critici, che sono la base di tutta la filiera.
I poteri di crisi e l’iter della proposta
Il regolamento rafforza anche gli strumenti di emergenza della Commissione. In caso di dichiarazione dello stato d’allerta sulle forniture, Bruxelles potrà imporre ai produttori l’esecuzione prioritaria di ordini destinati a settori strategici come difesa, energia e sanità, attivando meccanismi di risposta rapida alle crisi di approvvigionamento.
Il Chips Act 2 è per ora una proposta legislativa: per entrare in vigore dovrà essere approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio, in un negoziato che si annuncia lungo e che intreccia industria, sicurezza e bilancio dell’Unione. Per le imprese, la posta in gioco è capire se la domanda pubblica europea diventerà un mercato reale o un’intenzione senza copertura.