Corte dei Conti, serve manovra da 46 mld

di Barbara Weisz

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Presentato il Rapporto 2011 sullo Finanza Pubblica: la crisi è costata 140 miliardi, che arriveranno a 160 nel 2013. No a riduzioni fiscali, servono riforme.

Il 2010 ha segnato un punto di svolta sul fronte della spesa pubblica, che è scesa, e questo è un fatto positivo. Ma non basta, neanche lontamente, tanto piu’ in un contesto di crescita lenta come quello che caratterizza l’economia italiana. Parola della Corte dei Conti, che ha presentato il Rapporto 2011 sulla finanza pubblica.
In soldoni, la crisi del 2008-2009 porterà a una perdita permanente del pil che a fine 2013 arriverà a 160 miliardi (era a 140 mld a fine 2010).

Tenendo conto del debole ritmo della ripresa e dei vincoli di bilancio europei, l’Italia deve prevedere una manovra sui conti pubblici da 46 miliardi all’anno. Una correzione paragonabile a quella operata nel ’92 da governo Amato, da 93mila miliardi delle vecchie lire. “Lacrime e sangue”, come si dice in questi casi, del resto la situazione è difficile. E certamente non consente di pesare a nessuna riduzione della pressione fiscale.

“La fine della crisi economica non comporta il ritorno a una gestione ordinaria del bilancio pubblico, richiedendo piuttosto sforzi anche maggiori di quelli finora accettati” sintetizza Luigi Mazzillo, presidente della sezione giurisdizionale dell’Alta Corte. Il Def, documento di economia e finanza del ministero dell’Economia delinea il percorso di risanamento per raggiungere il pareggio nel 2014, aggiungendo alle manovre varate negli anni scorsi un correzione da 2,3 punti di pil fra 2013 e 2014.

Bankitalia ha ritenuto il programma in linea con gli obiettivi europei. Mazzilli aggiunge che, ipotizzando una crescita sugli attuali modesti valori, l’aggiustamento deve essere “di dimensioni paragonabili a quello realizzato nella prima parte degli anni ’90, per l’ingresso nella moneta unica“. Il vincolo europeo prevede che i paesi con un rapporto debito pil superiore al 60%, come l’Italia, debbano ridurre lo scarto di un ventesimo all’anno. Il calcolo è presto fatto: per la Penisola significa il 3%, ovvero 46 miliardi.

Uno scenario che da una parte rende “impraticabile qualsiasi riduzione della pressione fiscale”, dall’altra deve rendere permanente l’aggiustamento dei livelli di spesa. Sul fronte fiscale, la Corte esprime l’esigenza di completare il percorso intrapreso dal Governo in vista di una riforma complessiva che tenga conto “dei condizionamenti così come delle opportunità legati all’attuazione del federalismo fiscale” e quella di verificare gli spazi di manovra per un “incisivo processo di ridimensionamento di esenzioni e agevolazioni“. E sottolinea che l’Italia resta ai primi posti in Europa per evasione.

Quanto alla spesa, è forse l’unica nota positiva della relazione. Perchè nel 2010 si è ridotta sia la spesa primaria che quella totale. La contrazione “per la prima volta da molti decenni” riguarda spesa statale, amministrazioni locali (scorporando la spesa sanitaria dai conti regionali), si riducono le spese per il personale pubblico, scende la spesa previdenziale.

Infine, la replica del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: “primum vivere deinde crescere” dichiara, con una citazione latina (prima vivere, quindi crescere) per poi spiegare bene il concetto: “forse la crescita non è “il ciclo sufficiente, ma senza la tenuta di bilancio non ci sarebbe stata neanche questa insufficiente crescita”. Per le riforme, che vanno fatte, non esiste “una formula istantanea”, il governo ha appena varato il decreto sviluppo, dunque “il ciclo delle riforme è appena iniziato e deve continuare”. Ma “non si può immaginare che tutto avvenga in un attimo”.