Cuba e l’informatica di regime

di Roberta Donofrio

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Il nuovo presidente cubano ha liberalizzato l'acquisto di prodotti IT: ma la strada dello sviluppo informatico dell'isola è un traguardo ancora lontano

Il new deal informatico che sta investendo Cuba procede tra le contraddizioni. È notizia di questi giorni l’approvazione da parte di Raul Castro, succeduto a Fidel nella presidenza di Cuba, di un nuovo provvedimento che consente per la prima volta ai cittadini dell’isola di acquistare computer e prodotti IT.

Il governo cubano «vista la disponibilità di elettricità» (dichiara in una nota) ha autorizzato la vendita di apparecchi finora proibiti come computer e dvd, televisori di misura compresa fra 19 e 24 pollici, biciclette elettriche, forni a microonde, e antifurti per auto. Fino ad oggi l’acquisto dei pc era consentito solo alle compagnie estere presenti a Cuba ed azioni più restrittive erano riservate ai lettori DVD, sottoposti addirittura al sequestro dalla polizia locale presso i porti e gli aeroporti.

In realtà questa, non è l’unica iniziativa a favore dello sviluppo informatico del Paese: il governo cubano già lo scorso anno aveva dato dimostrazione di una politica più liberale con l’adozione, del software libero.

Il ministro dell’Informatica e delle Comunicazioni di Cuba, Ramiro Valdes stabilì che nei computer di tutti gli uffici statali il software Microsoft, definito “emblema dell’imperialismo Usa” dovesse essere sostituito dall’applicazione open source di Linux.

Una tecnologia non solo ideologicamente compatibile con la scelta del regime castrista di svincolarsi dalle multinazionali made in USA, ma decisamente più economica grazie all’abolizione dei costi delle licenze e la possibilità di aggiornare autonomamente i software.

Purtroppo questa ondata di liberalizzazione informatica si arresta bruscamente di fronte alle rivelazioni sullo stato della connessione al web. Risultata tra i 13 paesi bollati come nemici di internet, in un’indagine stillata da Reporters Sans Frontières, Cuba continua a sottoporre la rete ad azioni di controllo e censura. I service provider di Cuba sono appena due, i collegamenti sono soggetti a monitoraggio, e grazie ai filtri governativi, depurati delle parole considerate sovversive.

E come se non bastasse l’embargo americano, vietando l’accesso alle dorsali sottomarine di fibra ottica costringe l’isola a delle connessioni satellitari più lente. Insomma oggi i cubani hanno i computer e software open source ma non sanno ancora cosa significa navigare liberamente in Internet.

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