Ancora censura in Cina

di Roberta Donofrio

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Il Governo di Pechino ha approvato nuove disposizioni che vietano alle aziende private di trasmettere contenuti video in streaming o broadcasting via internet

Si stringe la morsa della censura cinese sul web. Dopo i duri provvedimenti restrittivi contro i siti pornografici., il Governo addita ora i siti web di video sharing.

La normativa approvata il 31 gennaio stabilisce che l’Amministrazione statale Cinese di Radio, Film e Televisione monitori l’industria internet di video e che le uniche compagnie autorizzate alle trasmissioni video on-line siano quelle di proprietà o comunque sotto il controllo dello Stato.

Ancora una volta l’intento dichiarato dalle autorità cinesi è quello di salvaguardare l’immagine del paese da tutti i contenuti lesivi del cosiddetto codice morale del socialismo: banditi quindi violenza, sesso, terrorismo e contenuti relativi ai segreti di Stato. «Internet si sta sviluppando molto rapidamente in Cina, e si contano già oltre 200 milioni di utenti. È la comune aspirazione di ognuno avere un sano ambiente Internet», ha detto il ministero dell’Informazione in un comunicato pubblicato nella tarda serata di ieri sul proprio sito web.

Immediata la reazione dell’opinione pubblica internazionale all’ennesimo attacco censorio di Pechino, che potrebbe colpire siti cinesi come Tudou nonché gli internazionali YouTube e Flickr di Yahoo.

Il giornale economico 21th Century business Herald pala di “norme disastrose”, il Southern Metropolitan Daily propone il ricorso a Isp indipendenti. Ma l’accusa più forte proviene dall’associazione Reporters sans frontières, che da tempo denuncia l’eccessivo controllo statale su internet: «Questo sistema di censura, che non ha uguali nel mondo, è un’offesa al libero spirito di internet».