La frode aumenta se la crisi non è etica

di Lelio Simi

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L'instabilità dei mercati non svaluta soltanto il valore dell'economia ma anche quello dei comportamenti etici e corretti: ed è così che in Europa assieme alla recessione aumenta anche il rischio di frode

Effetti della crisi. Aumenta la recessione e, di pari passo, nel mondo degli affari si abbassa l’asticella che delimita il livello di tolleranza verso comportamenti non etici. Insomma all’intensificarsi delle conseguenze negative dovute alla stagnazione economica si manifestano «trend preoccupanti su ciò che i lavoratori in azienda considerano essere comportamenti professionalmente accettabili».

A sostenerlo è una ricerca “European Fraud Survey 2009 – Is integrity a casualty of the downturn?”, realizzata da Ernst & Young, una delle maggiori organizzazioni mondiali di servizi professionali alle aziende. Lo studio, condotto nei primi mesi del 2009, è stato realizzato dai ricercatori su un totale di 2.246 interviste telefoniche e online che ha coinvolto dipendenti di 22 Paesi europei, compresa l’Italia, che operano in aziende quotate e multinazionali con oltre mille dipendenti (il campione era formato dal 48% da impiegati presso società con più di 5.000 dipendenti e per il 52% con più di 500).

Le risposte degli oltre 2.200 dipendenti delle più importanti aziende europee  presentano alcuni temi ricorrenti, e non mancano le sorprese. La metà del campione coinvolto infatti – precisano i ricercatori di Erns & Young – considera ‘accettabili’ comportamenti non etici e il 25% ritiene ‘giustificabile’ pagare per accrescere o preservare il proprio business. In particolare c’è da notare che su questo dato l’Italia si distingue per una percentuale più bassa (22%) della media europea, dove i valori maggiori li fanno registrare la Spagna (38%), la Repubblica Ceca (43%) e la Turchia (addirittura il 53%).

Quello che colpisce gli esperti è la diffusione e la capacità di penetrare di alcuni comportamenti a nei diversi livelli nell’organizzazione dell’azienda: «Se consideriamo le caratteristiche della popolazione intervistata – ha sottolineato Paolo Marcon di Ernst & Young, esperto nei servizi anti-frode e di valutazione dei rischi e di controllo – quello che colpisce è la permeabilità del giudizio. In una situazione di crisi all’interno dell’organizzazione ci sono delle percezioni comuni e il rischio di comportamenti fraudolenti si insinua a tutti i livelli. In questo contesto la risposta dell’organizzazione deve essere tempestiva e proporzionata all’ampiezza della diffusione. Durante i processi di riduzione del personale, spesso accompagnati da fasi di integrazione e riorganizzazione aziendale, possono crearsi aree non adeguatamente controllate, incentivando così comportamenti  fraudolenti».

Dichiarazioni sostenute dai dati emersi nell’indagine secondo i quali il 36% (il 51% nel nostro Paese) degli intervistati valuta “possibile che in caso di riduzione dell’organico politiche e procedure aziendali possano essere ignorate o trascurate”. Il 48% degli intervistati (il 61% in Italia) ritiene poi che, in caso di integrazione tra due organizzazioni, i diversi standard di comportamento siano una delle principali cause di frode.

E così l’Europa si scopre decisamente pessimista: oltre la metà degli intervistati infatti, si aspetta un aumento degli episodi fraudolenti nei prossimi anni, sono accomunate da questo punto di vista il 54% delle risposte provenienti dall’Europa Occidentale e il 55% da quella Centrale e Orientale. Perfettamente in linea con il campione italiano (54%). Gli ‘ottimisti’ rimangono decisamente una minoranza: solo l’8% sono convinti che le frodi aziendali diminuiranno.

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