Licenziamenti: crolla la produttività tra i superstiti

di Antonella Silipigni

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Essere lavoratori superstiti del licenziamento che può interessare malcapitati colleghi è una condizione meno rosea di quanto non si possa pensare

Licenziare fa male anche all’azienda. In seguito al ridimensionamento del personale, infatti, si assiste a un doppio contraccolpo: scende la motivazione e di pari passo scende anche la produttività.

Lo sostiene una ricerca condotta da David Edwards. Nell’indagine su 6 mila e 300 dirigenti di imprese che avevano sperimentato una riduzione del personale, è emerso che il 40% dei dipendenti si sentiva demotivato, mentre i manager, dopo i licenziamenti, ritenevano di non aver gestito bene la crisi. Dall’analisi finale è emerso che dalla riduzione del personale come soluzione alla crisi, solo il 21% delle imprese aveva registrato un aumento della produttività, mentre per il restante 79% la crescita risultava stagnante.

L’ondata di licenziamenti che affligge il mondo del lavoro a livello globale ha fatto perdere motivazione e produttività ai superstiti. Secondo uno studio dell’agenzia di risorse umane Drake International – che ha usato come campione oltre 6 mila tra dipendenti e manager australiani – la drastica riduzione del personale ha infatti lasciato senza stimoli ben il 40% circa dei lavoratori. Inoltre nell’80% dei casi la produttività dell’azienda rimane stagnante o addirittura peggiora.

Una delle conseguenze apparentemente meno serie, ma non per questo meno spiacevoli, della crisi economica sono le voci di corridoio che si diffondono tra i dipendenti di un’azienda circa il futuro della stessa. Licenziamenti, cassa integrazione, downsizing e chiusure di cui sono zeppi i media fanno paura: basta un calo di produttività in un’azienda anche solida per propagare tra il personale informazioni incomplete e viziate, che alimentano un clima di sfiducia, fino a rischiare di danneggiare la reputazione dell’azienda all’esterno.

Dopo la ristrutturazione aziendale, solo il 14% dei dipendenti frequenta un corso di formazione, mentre la soluzione spesso proposta per colmare i vuoti e fronteggiare la crisi rischia di non essere all’altezza ossia chiedere agli impiegati di lavorare di più. Contrariamente a quanto ritengono molti dirigenti, il personale non licenziato, lavorando sotto la minaccia di nuovi esuberi, tende a scoraggiarsi anzichè sentirsi stimolato a produrre di più. A farne le spese è il clima di fiducia.

Il risultato di questa strategia si è trasformato in un calo della produttività, in un conseguente calo di rispetto nei confronti dei dirigenti da parte del 41% del personale, e, infine, in un inferiore attaccamento all`azienda: il 46%. Ne consegue che la motivazione del personale e la produttività sono strettamente legate. Dopo la recessione del 1990-1991, l’economista Truman Bewley ha intervistato i manager e i capi del personale di più di 200 aziende e ha scoperto che la maggior parte di loro è convinta che la riduzione dei salari abbatte il morale dei dipendenti e intacca la produttività.

Le crisi economiche hanno sempre fatto perdere dei posti di lavoro. Anche se nel corso degli ultimi dieci anni l’economia è cresciuta a un ritmo sostenuto, le assunzioni non sono state al passo con la crescita. Eppure le stesse aziende che con l’economia in ripresa sono state lente ad assumere, negli ultimi tempi si sono affrettate a licenziare. Il prodotto interno lordo è cresciuto per tutto il 2008, ma ogni mese le aziende tagliavano posti di lavoro continuando a settembre, quando è scoppiata la crisi del credito. Le imprese hanno sempre voluto guadagnare di più spendendo meno, diventando oggi una vera ossessione.

I fattori che possono favorire chi ha un lavoro – più produttività e stabilità dei salari – rendono più cupe le prospettive di chi non ce l’ha o ne è in cerca.

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