Outplacement: riallocarsi per ricominciare

di Giuseppina Di Martino

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L'outplacement, attività di supporto alla ricollocazione professionale, nasce come sostegno alla mobilità e alla flessibilità del lavoro dei dirigenti, categoria meno tutelata contro i licenziamenti individuali

Il termine inglese outplacement, letteralmente “piazzare fuori”, qualche anno fa veniva usato per indicare la ricollocazione del dipendente al di fuori dalla sua azienda di appartenenza. Oggi è essenzialmente riferito a un servizio di consulenza e assistenza offerto, su richiesta del datore di lavoro, al lavoratore, in genere dirigente, che risultando in mobilità, potrà avvantaggiarsi dell’intervento specialistico di una società esperta di problemi connessi alla riqualificazione professionale.

L’obiettivo è quello di offrire ai lavoratori una formula personalizzata, in questo caso si parla di outplacement individuale, o creare momenti di riflessione individuale e analisi in gruppo, outplacement collettivo, per il riposizionamento sul mercato del lavoro. L’outplacement è nato negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60 e ha fatto la sua comparsa in Italia verso la metà degli anni ’80.

Nel ’98 nasce AISO, Associazione Italiana Società Outplacement, che aggrega le principali Società, ora Agenzie per il Lavoro secondo la tipologia d) del DL 276/03 Legge Biagi. L’AISO ha elaborato un sistema di standard particolarmente rigorosi, che impegnano le società aderenti ad operare in termini di qualità e trasparenza i più elevati possibile, per garantire risultati certi e misurabili.

Nel nostro Paese, rispetto al resto d’Europa, l’outplacement è ancora visto come un servizio “innovativo”, ma che si sta diffondendo sempre di più aumentando notevolmente il giro d’affari. Soprattutto negli ultimi due anni, infatti, a causa della crisi economica e delle sue conseguenze come tagli al personale e chiusura di molte imprese, il settore dell’outplacement ha visto aumentare il fatturato di circa il 30%.

Chi interviene nell’outplacement? L’accordo di outplacement richiede il coinvolgimento di tre distinti soggetti:

  • l’impresa datrice di lavoro che richiede il servizio;
  • la società di outplacement, che su richiesta dell’impresa, si impegna a seguire e ad aiutare il dipendente che le viene affidato per favorirne in tempi ragionevoli il reinserimento autonomo nel mercato del lavoro;
  • il dipendente, che si impegna a seguire il programma di outplacement con la metodo proposto dalla società di outplacement.

Il servizio dunque è interamente pagato dall’impresa a completo vantaggio del dipendente da riallocare. Ma quanto costa un servizio di outplacement? I prezzi variano a seconda del tipo di professionalità acquisita dalla persona da ricollocare, oscillando dai 2 mila euro per un operaio al 15% della retribuzione annua lorda del dirigente.

L’intervento di outplacement può essere previsto da un contratto collettivo di lavoro, o, nel caso del dirigente, può risultare da un accordo diretto tra il dipendente e l’azienda. In questo caso il servizio di outplacement può essere fornito prima, dopo o durante il periodo di preavviso di licenziamento. Come si articola un servizio di outplacement?

La prima fase riguarda l’analisi delle competenze del lavoratore e delle sue motivazioni che vanno incrociate con la disponibilità del mercato. La fase successiva è la costruzione di un pacchetto professionale con gli obiettivi di riposizionamento sul mercato e, se necessario, la predisposizione di programmi di qualificazione che portano ad acquisire nuove competenze. L’assistenza al singolo dipendente ha in genere una durata che va dai 12 ai 24 mesi, ma nella quasi totalità dei casi si estende a tutto il periodo necessario al dipendente o ai dipendenti interessati a trovare un nuovo posto di lavoro.

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