ALDAI: i giovani manager in Italia sono troppo pochi

di Floriana Giambarresi

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Da una nuova ricerca ALDAI emerge come in Italia i manager siano troppo pochi rispetto alla media dei Paesi dell'Unione europea: ecco i dati.

In Italia i giovani manager sono troppo pochi rispetto alla media dell’Unione europea. Lo rivela una nuova ricerca condotta da ALDAI, l’associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali che fa parte di Federmanager.

I manager in totale sono il 3,74% dei lavoratori contro il 6,07% della media europea, mentre per quanto riguarda i giovani con meno di 40 anni si parla del solo 27% contro la media UE del 33%. I dati si riferiscono all’anno 2012 e per fare un confronto vi è da notare che i giovani sono il 28% in Germania, il 31% in Spagna e in Gran Bretagna, il 37% in Francia e il 43% in Polonia.

«Il quadro italiano risente della stagnazione degli ultimi anni, che ha colpito l’intero sistema produttivo. Molte multinazionali, per esempio, si sono trasformate da aziende produttive a pure filiali commerciali», spiega Francesco Soletti, il Vice Presidente dell’ALDAI. «Negli ultimi anni in Italia sono stati pochi i giovani nominati dirigenti e nel contempo le aziende hanno spesso ridotto il personale, a cominciare proprio dai livelli alti. Dato che compito principale del dirigente è quello di promuovere, coordinare e gestire la realizzazione degli obiettivi aziendali attraverso quei poteri di disposizione, coordinamento e controllo di cui è investito, vien da sé che per garantire la piena efficienza delle aziende in una realtà complessa e sempre più competitiva come quella che viviamo ci sarebbe bisogno di un maggior numero di Dirigenti. Purtroppo l’Italia è al quartultimo posto in Europa come percentuale sugli occupati, con un rapporto che si attesta a 3,74 contro una media EU 27 di 6,07».

Inoltre, in generale «l’Italia non favorisce i giovani di talento, che spesso fanno carriera solo andando all’estero. Il nostro sistema produttivo perde così un ulteriore enorme patrimonio di capacità, competenze ed energie. Occorre una svolta radicale che punti sulla consapevolezza del fatto che sono le persone a determinare i successi e gli insuccessi. Che sono le persone valide, quelle capaci di guidare un’azienda o una struttura di essa verso il successo a fare la differenza in un mercato competitivo. Oggi l’Italia ha bisogno di più persone di questo genere. Bisogna puntare sul merito, sull’alto apprendistato e anche su un ricambio generazionale.» 

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