Una nuova tassa colpisce lo spazio digitale in cloud, considerandolo alla stregua di un supporto fisico come un dvd o un hard disk. Si tratta dell’estensione di un balzello già esistente, il compenso per copia privata per opere tutelate dal diritto d’autore. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha firmato un decreto che da una parte aggiorna le tariffe e dall’altro le estende all’archiviazione in rete.
Il semplice fatto di mettere a disposizione capacità di memoria in cloud comporta adesso il pagamento della tassa, che rischia di ricadere indirettamente sugli utenti che usano servizi per backup, compliance e continuità operativa. Anche senza alcuna connessione con la copia di opere protette.
Il compenso per copia privata
Il compenso per copia privata si inserisce nell’ambito delle norme sul diritto d’autore e riguarda specificamente il settore musicale, audiovisivo e cinematografico. Dal momento che la duplicazione di un’opera a uso personale rischia di violare la tassa che si paga agli enti come la SIAE per ogni riproduzione, l’acquisto di un dispositivo che consente questa operazione prevede il pagamento del compenso per copia privata.
La norma di riferimento è l’articolo 71-septies della legge 633/1941, in base al quale la tassa è costituita, «per gli apparecchi esclusivamente destinati alla registrazione analogica o digitale di fonogrammi o videogrammi, da una quota del prezzo pagato dall’acquirente finale al rivenditore».
La base giuridica per l’estensione al cloud è una sentenza della Corte di Giustizia UE del 2022 (causa C-433/20), che ha assimilato il server cloud a qualsiasi supporto fisico ai fini dell’obbligo di compenso. L’Italia è il primo Paese al mondo ad applicare alla lettera questa sentenza.
Il decreto Giuli su tariffe ed estensione al cloud
Ora, il decreto ministeriale agisce su due fronti: da una parte aggiorna le tariffe (per la prima volta dal 2020) incrementandole di percentuali che, in base alle anticipazioni, variano dal 15 al 40%; dall’altra introduce la novità dell’applicazione del balzello anche allo spazio di archiviazione digitale e ai dispositivi rigenerati, con il rischio di doppio prelievo su chi acquista smartphone o laptop ricondizionati su cui il compenso era già stato versato al primo acquisto.
Le tariffe variano a seconda dei dispositivi, suddivisi in 18 categorie e a loro volta segmentati in base alla capacità di memoria. Per smartphone e tablet il compenso a carico del produttore o importatore — che tipicamente lo incorpora nel prezzo di vendita — è parametrato allo storage: da 3,39 euro per i modelli fino a 8 GB fino a 9,69 euro per quelli oltre i 2 TB. Per pc, tv e decoder il compenso è invece fisso: 6,07 euro per il pc, 4,67 euro per tv e decoder, indipendentemente dalla capacità.
Se fino ad oggi lo spazio digitale non era tassato, adesso anche sulle dotazioni di memoria in rete va versato il balzello alle società come la SIAE, con un meccanismo di quota mensile. Il compenso è a carico del fornitore del servizio, calcolato in base allo spazio allocato a ciascun cliente: 0,0003 euro per GB fino a 500 GB e 0,0002 euro oltre tale soglia, con un tetto massimo di 2,40 euro mensili per cliente attivo. Chi ha meno di 1 GB a disposizione è esente. Il soggetto obbligato al versamento è il fornitore del servizio e non l’utente finale — ma il rischio che il costo venga traslato sugli abbonamenti — per privati e imprese — è considerato quasi certo dagli operatori.
I fornitori cloud sono inoltre tenuti a presentare una dichiarazione trimestrale con il numero di utenti attivi e la capacità di memoria a loro disposizione mese per mese.
Per le imprese fornitrici caro-tassa e doppia imposizione
Per le imprese ICT che erogano servizi cloud il decreto apre un problema specifico: chi ha già versato il compenso sui supporti fisici dell’infrastruttura si trova a pagare nuovamente sul servizio cloud che eroga. È la doppia imposizione denunciata da AIIP e Assintel lungo tutta la filiera.
Possibili balzelli indiretti per i clienti
Il rischio indiretto riguarda invece le imprese clienti ed in generale gli utenti dei servizi di cloud storage: se i fornitori trasferiscono il costo sugli abbonamenti, il prelievo finisce per ricadere anche su chi usa il cloud esclusivamente per backup dei dati gestionali, continuità operativa, archiviazione documentale, sicurezza informatica — attività senza alcuna connessione con la copia privata di opere musicali o audiovisive.
La protesta del mondo ICT
Diviso il mondo imprenditoriale. Esprimono soddisfazione le associazioni di categoria del settore musicale come la FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) e la SIAE — che ricorda di portare avanti questa battaglia dal 2009. Protestano invece le sigle che rappresentano le imprese digitali.
Anitec-Assinform sottolinea che il decreto aumenta i costi intorno al 20% e rischia di muoversi in una direzione sempre più distante dall’evoluzione tecnologica e dalle modalità con cui oggi i contenuti vengono fruiti.
In una nota congiunta, AIIP (Associazione Italiana Internet Provider) e Assintel (Imprese ICT di Confcommercio) sottolineano il rischio di doppia imposizione, per cui chi ha già versato il compenso su supporti di storage subisce poi un ulteriore prelievo sul cloud. Le due associazioni chiedono al ministero di aprire un tavolo tecnico con le categorie e di intervenire per escludere i servizi cloud forniti a clienti business, prevenire i doppi prelievi lungo la filiera, e semplificare adempimenti, esenzioni e rimborsi.