Imu per la Chiesa tra esenzioni e polemiche

di Teresa Barone

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Al vaglio del Senato il decreto che stabilisce il versamento dell?Imu anche da parte degli enti ecclesiastici se in possesso di edifici adibiti a fini commerciali: è polemica sulle esenzioni.

A partire dal 2013 anche la Chiesa dovrà versare l?Imu, l?imposta comunale sugli immobili: secondo l’Atto del Senato 3110, infatti, qualsiasi ente religioso che sia titolare di un immobile adibito ad attività commerciale deve pagare la tassa prevista. Una norma che, sebbene sia chiara l?esenzione per tutti gli edifici dedicati al culto, sta dando origine a numerose polemiche soprattutto in merito alla destinazione di alcune delle attività comunemente gestite dalla Chiesa, come gli asili e le scuole paritarie.

«Dal 2013 tutti gli immobili degli enti non commerciali in cui si svolga un?attività mista dovranno pagare l?Ici ad eccezione delle frazioni di unità in cui si svolge un?attività non commerciale.»

A tal proposito, tuttavia, esiste una non recente circolare del Ministero delle Finanze che sancisce le regole base per applicare la categoria di “attività non commerciale? a un esercizio specifico, che deve essere definito tale “quando siano assenti gli elementi tipici dell?economia di mercato?. In altre parole, una scuola paritaria diventa attività commerciale solo se le rette applicate agli alunni sono superiori a quelle vigenti nelle scuole pubbliche.

Una vecchia regolamentazione che, tuttavia, lascia adito a molti dubbi. Secondo il Ministro Corrado Passera il nuovo atto – che attende l?approvazione del Senato – è una normativa molto saggia che, infatti, necessita ancora di molte precisazioni che definiscano al meglio l?esenzione dall?Imu per le attività in mano agli enti ecclesiastici ma no profit, per le quali non sono previsti introiti economici.

«L’importante è che non si penalizzi il vero no profit nel rendere operativa questa decisione, in quanto si tratta di uno dei pilastri del nostro paese e pertanto il governo farà molta attenzione.»

Ancora più esaustiva la precisazione del sottosegretario al Tesoro Gianfranco Polillo, il quale ha rilasciato un?intervista all?Avvenire focalizzando l?attenzione su una caratteristica fondamentale del decreto: non può essere usato indistintamente per tutti gli enti religiosi, ma è necessaria una valutazione che ne definisca l?applicabilità caso per caso.

«Il concetto è semplice: paga l’Imu chi iscrive un utile a bilancio. Chi, insomma, lucra, sull’attività che svolge. Nelle riunioni di governo e del mio dicastero non c’è mai stata una personalizzazione della questione, non è una norma ‘ad personam’ per intenderci. Caso classico: se la retta alla scuola parificata serve a sostenere i costi di gestione, non si può considerare attività commerciale. Applichi il concetto a un ospedale: è lo stesso. O a un’associazione, religiosa o meno, ai partiti, ai sindacati.»

Come hanno reagito le scuole cattoliche? Sono in molti a chiedere ulteriori chiarimenti da parte del Governo, e non mancano le dichiarazioni di esponenti dell?ambiente ecclesiastico senza dubbio perplessi nei confronti dell?introduzione della nuova normativa. Don Alberto Zanini, segretario nazionale Salesiani Scuola ha infatti espresso il suo disappunto con queste parole:

«Le scuole cattoliche non hanno scopo di lucro. Le scuole cattoliche non hanno rette da 7mila euro, quasi nessuna si posiziona sull’élite e il governo tecnico doveva tenere nella debita considerazione la natura no profit di una attività solo tecnicamente commerciale.»