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Fatturazione elettronica verso la PA: i correttivi

di Alessandro Longo

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Oltre 10mila documenti di fatturazione elettronica gestiti finora dal Sistema di Interscambio, ma non mancano i problemi per aziende ed enti locali: nodi da sciogliere e richieste.

È il migliore successo nell’estenuante lavoro del Governo per digitalizzare aziende e pubbliche amministrazioni. È il progetto di Agenda Digitale più compiuto al momento (anche perché gli altri non sono arrivati nel mondo della realtà). Eppure, anche la fatturazione elettronica verso la PA è un processo perfettibile, su cui c’è ancora lavoro da fare. E polemiche da risolvere, tra le parti: al solito, contrapposti sono le aziende e le PA.

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Problemi da risolvere

È importante vedere meglio quali sono i problemi che l’Agenzia per l’Italia Digitale sta affrontando, nella fattura elettronica. Essendo questo un progetto capofila di tante trasformazione a venire, ci offre una preziosa lezione da mettere a frutto. Secondo Ernesto Belisario (avvocato massimo esperto di amministrazione digitale e membro del tavolo permanente dell’innovazione e dell’Agenda digitale presso Palazzo Chigi), l’idea generale è che:

«l’obbligo della e-fattura verso la PA è stata una buona idea. La macchina sta funzionando ed è ormai a regime. Abbiamo imparato: meglio partire subito con uno switch off e poi fare correzioni incrementali dopo, con un ascolto attento delle parti».

Ecco: ma allora vediamole, queste correzioni da fare. I problemi da risolvere.

CIG e CUP

In generale, aziende e amministrazioni si scontrano ancora su cosa scrivere nella fattura. Le seconde chiedono “personalizzazioni” di vario tipo, nel testo o nelle modalità di invio. Una pratica comune è chiedere di compilare i campi CIG e CUP (Codice unico di progetto, Codice identificativo gara). Le amministrazioni notano che è obbligatorio compilarli, per legge. Sono campi necessari per tracciare la spesa della PA. Rifiutano quindi le fatture che li hanno in bianco. Le aziende obiettano però che una fattura può essere rifiutata solo se fiscalmente non corretta e che CIG e CUP impattano sull’esigibilità della fattura, non sul suo valore fiscale.

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Allegati

Altre personalizzazioni richieste sono meno giustificabili: per esempio, di allegare un file fattura in pdf o persino una copia cartacea. È probabile che lo richiedano le amministrazioni dove la gestione della fattura avviene ancora a mano per mancata integrazione dei sistemi. È quanto avviene ancora, purtroppo, nella maggioranza dei Comuni e possiamo considerarlo, di per sé, uno dei principali problemi da risolvere. In quei casi la gestione della fattura elettronica comporta un surplus di lavoro, nelle amministrazioni, rispetto a quella cartacea. È un problema complesso da affrontare, per altro, dato che gli Enti Locali sono autonomi e l’Agenzia non gli può imporre di investire nell’integrazione sistemi informatici.

Un po’ di cifre

Si può dire che i dati che riguardano l’obbligo di fattura elettronica sono positivi e in continuo miglioramento. Dal 6 giugno 2014 (data di avvio dell’obbligo per Ministeri, agenzie fiscali ed enti nazionali di previdenza e assistenza) al 30 giugno, sono state oltre 10.200.000 le fatture elettroniche gestite dal Sistema di Interscambio (SdI) nazionale, che riceve tutte le fatture e le smista alle amministrazioni. A giugno sono aumentati del 5% i file fattura ricevuti e tuttavia c’è stato anche il valore di scarti più basso in assoluto, da parte del SdI (che controlla solo la correttezza formale della fattura: l’accettazione o eventuale rifiuto da parte della PA è un passaggio successivo).

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Questo ci dice che la macchina funziona e regge il carico. Ma è il contesto intorno alla rivoluzione della e-fattura che deve ancora andare a regime, come dimostrano quei problemi ancora da risolvere. E sono lo specchio di una Italia che deve ancora sposare, nel profondo, le logiche e le prerogative del Digitale. Bisognerà aspettare il compimento dell’Agenda – non prima del 2020 – per dichiarare vinta questa partita.